Fiscal drag: cos’è la “tassa nascosta” e in che modo taglia stipendi e pensioni

Fiscal drag: cos’è la “tassa nascosta” e in che modo taglia stipendi e pensioni
02 ottobre 2026 | 10.45
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Quando si verificano adeguamenti salariali o rivalutazioni delle pensioni per far fronte al costo della vita, l'effetto reale sul potere d'acquisto dei cittadini si rivela spesso inferiore alle attese.

Pur in presenza di una retribuzione lorda superiore, il netto percepito in busta paga o nel cedolino della pensione risulta sensibilmente ridimensionato.

La causa di questo fenomeno è riconducibile al fiscal drag (drenaggio fiscale).

Non si tratta di una “nuova imposta”, bensì di un effetto distorsivo indiretto del sistema tributario.

Quando sale l’inflazione, gli aumenti retributivi concessi per preservare il valore reale dei salari spingono il contribuente verso aliquote di tassazione più elevate o determinano la perdita di detrazioni e bonus fiscali, in virtù della mancata indicizzazione degli scaglioni.

Una “tassa nascosta” che stando agli ultimi dati raggiungerà i 13 miliardi circa nel biennio 2026-2027.

Fiscal drag, come funziona e perché riduce il reddito reale

Non è il primo anno che la tematica del fiscal drag torna al centro dell’attenzione e per capire perché se ne torna a parlare - e quali sono gli effetti reali su stipendi e pensioni - è necessario innanzitutto distinguere due grandezze fondamentali dell'economia pubblica:

● reddito nominale: è il valore monetario espresso in cifra lorda (la somma indicata nel contratto di lavoro, nella busta paga o nel cedolino della pensione).

● reddito reale: è l'effettivo potere d'acquisto della moneta, ovvero la quantità di beni e servizi che tale somma consente di acquistare al netto dell'inflazione.

Il sistema fiscale italiano commisura l'Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche (IRPEF) e l'Imposta sul Reddito delle Società (IRES) esclusivamente al valore nominale della base imponibile, applicando una struttura ad aliquote progressive per scaglioni.

In sostanza, il sistema fiscale non guarda al valore del reddito dal punto di vista del potere d’acquisto, ma considera esclusivamente il reddito lordo.

Ed è qui che si verifica il paradosso: un aumento sullo stipendio o sulla pensione, corrisposto per adeguare le somme alla luce del rialzo del costo della vita, è visto dal Fisco come un reddito extra da sottoporre a tassazione.

Da qui il termine di drenaggio fiscale: il peso delle imposte, calibrate in maniera progressiva, finisce con l’azzerare l’impatto dell’adeguamento delle retribuzioni.

Lo Stato incassa un gettito aggiuntivo e, di contro, il contribuente sarà tassato in misura maggiore su un reddito in più riconosciuto solo per restare al passo rispetto all’inflazione.

Come il fiscal drag incide su stipendi e pensioni

Dal punto di vista pratico, il drenaggio fiscale esplica la propria azione attraverso due canali principali. In primis, mediante il sistema progressivo della tassazione dei redditi da lavoro.

L'IRPEF è strutturata per scaglioni progressivi:

● aliquota del 23% sui redditi fino a 28.000 euro;

● aliquota del 33% sulla quota di reddito da 28.001 e fino a 50.000 euro;

● aliquota del 43% superati i 50.000 euro di reddito.

Nel momento in cui un rinnovo contrattuale o la perequazione automatica della pensione fa superare la soglia del primo scaglione pari a 28.000 euro, la quota retributiva eccedente non viene più tassata all'aliquota base del 23%, bensì a quella marginale del 33%.

Così è ovviamente anche nel caso in cui si superino i successivi scaglioni.

In sostanza, gran parte dell'adeguamento concesso per compensare il costo della vita, nell’ambito della contrattazione collettiva o secondo il meccanismo di perequazione automatica delle pensioni, viene così assorbito dal maggior prelievo erariale.

In parallelo all’IRPEF, un secondo livello di drenaggio agisce sulle detrazioni e sui bonus introdotti per alleggerire il peso della tassazione sugli stipendi.

Numerose agevolazioni e misure di sostegno applicate in busta paga - come il Trattamento Integrativo (TIR) e le riduzioni legate al taglio del cuneo fiscale, la cui combinazione può raggiungere un valore fino a 2.160 euro annui - sono strutturate con meccanismi a scalare al crescere della retribuzione.

L'incremento del reddito nominale può quindi portare al superamento delle soglie limite previste per l'accesso alle agevolazioni, con conseguente decadenza totale dal beneficio e alla progressiva riduzione delle detrazioni per lavoro dipendente o per carichi di famiglia.

Venendo meno gli sconti fiscali, aumenta di conseguenza il peso delle tasse sullo stipendio riconosciuto, a fronte di un rialzo della retribuzione che non ha portato a una reale ricchezza aggiuntiva.

Superare il fiscal drag: l’ipotesi di adeguare l’IRPEF all’inflazione

Il tema del fiscal drag è quantomai centrale nella discussione pubblica, anche perché va a colpire principalmente i redditi medio bassi e le fasce della popolazione più esposte all’inflazione e all’aumento del costo della vita.

Ed è per questo che puntualmente, quando la questione diventa notizia, torna al centro del dibattito la necessità di prevedere una struttura più flessibile dell’IRPEF.

La soluzione di carattere generale – ripresa da diverse proposte di legge quali quella a firma del Senatore Mario Turco (M5S) – risiede nell'indicizzazione automatica degli scaglioni d'imposta e delle detrazioni al tasso di inflazione.

Tale meccanismo prevede l'adeguamento periodico delle soglie d'imposta al verificarsi di determinati livelli di inflazione cumulata (ad esempio al superamento del 5% nel biennio), neutralizzando in radice l'effetto del drenaggio.

È bene evidenziare che il Governo ha fornito una prima risposta alla questione nella scorsa Legge di Bilancio, prevedendo l’applicazione di un'imposta sostitutiva ridotta al 5% sugli incrementi retributivi riconosciuti nel 2026 in attuazione dei contratti collettivi privati del triennio 2024-2026, limitatamente ai lavoratori con reddito complessivo non superiore a 33.000 euro.

Crescono però le pressioni per interventi strutturali ed è indubbio che la sterilizzazione del fiscal drag mediante indicizzazione dell’IRPEF consentirebbe di salvaguardare il valore reale di salari e pensioni.

La principale criticità risiede nella sostenibilità finanziaria: neutralizzare il drenaggio non è un’operazione a costo zero per lo Stato. Ed è questo il nodo principale da sciogliere che frena, al momento, ogni idea di correttivo.

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