Venezuela, il 'tesoro nero' di Caracas: 300 miliardi di barili di petrolio (che fanno gola a Trump)

Il Paese detiene il 18% delle riserve mondiali, gli Usa sono tra i maggiori produttori

Donald Trump - Afp
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04 gennaio 2026 | 07.23
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Un tesoro da oltre 300 miliardi di barili: è l’oro nero di Caracas, che detiene la maggior parte delle riserve mondiali di petrolio. E tra i motivi per cui – secondo numerosi osservatori – il paese dell’ormai deposto Nicolas Maduro è finito nel mirino degli Stati Uniti. Ad aver formalizzato le accuse è proprio Maduro, che in uno degli ultimi comunicati rilasciati prima della cattura diceva senza mezze parole: "Donald Trump vuole invadere il Venezuela per prendersi il nostro petrolio".

Anche l’amministrazione americana non fa mistero del proprio interesse per il petrolio: "Saremo fortemente coinvolti nell'industria petrolifera del Venezuela", ha detto Trump. Anche il numero due della Casa Bianca, Jd Vance, aveva parlato di "petrolio rubato" che "deve essere restituito agli Usa". Lo scorso 16 dicembre gli Usa avevano ordinato il blocco navale delle petroliere venezuelana, sequestrandone due. E anche Maduro aveva messo il petrolio sul tavolo di trattativa quando, a Capodanno, aveva tentato l’ultima apertura dicendosi pronto a negoziare su tutto, dalla lotta ai cartelli della droga allo sfruttamento dei giacimenti petroliferi.

Nella conferenza di ieri, Trump ha ulteriormente chiarito i suoi progetti: in Venezuela "faremo arrivare le nostre grandi compagnie petrolifere degli Stati Uniti, le più grandi al mondo, che spenderanno miliardi di dollari, ripareranno le infrastrutture gravemente danneggiate, le infrastrutture petrolifere, e inizieranno a fare soldi per il Paese", ha detto preannunciando una svolta economica. "Dal sottosuolo arriverà una ricchezza enorme che andrà alla popolazione del Venezuela. E agli Stati Uniti come risarcimento per i danni subiti".

L'oro nero del Venezuela e i rapporti con la Cina

Secondo l’ultimo rapporto di Avenergy Suisse, la Repubblica venezuelana è il Paese con il maggior numero di riserve accertate di petrolio, pari a 303 miliardi di barili nel 2024, seguito, sul podio, da Arabia Saudita con 267 miliardi di barili e Iran con 208 miliardi di barili. Si tratta di circa il 18% delle riserve mondiali. La maggior parte di queste riserve si trova nella Cintura dell'Orinoco, una regione di circa 55.000 km quadrati, ed è prevalentemente greggio extra-pesante (e richiede quindi processi di estrazione e raffinazione più complessi e costosi rispetto al petrolio leggero).

Fino al 2019 il partner privilegiato erano proprio gli Usa, che compravano quasi metà dell’export, ma con le sanzioni della prima amministrazione Trump il rubinetto si chiuse di colpo. Oggi il grosso del petrolio venezuelano finisce in Cina, spesso attraverso triangolazioni opache per aggirare le restrizioni, che hanno ridotto esponenzialmente tutto l'export venezuelano.

Intanto, stando ai dati dell'Agenzia internazionale per l'energia (Aie), la produzione mondiale di petrolio è aumentata dell'1,6%, raggiungendo, nel 2023, una media di 95,2 milioni di barili al giorno, contro una media stimata di 93,85 milioni nel 2022, senza subire impatti significativi dal conflitto in Medioriente. I principali fautori di questo aumento sono proprio gli Usa a Brasile, Guyana e Canada.

Stati Uniti e Canada in particolare hanno aumentato la loro produzione del 4% tra il 2023 e il 2024, raggiungendo insieme 26 milioni di barili al giorno, ovvero più di un quarto della produzione mondiale. Gli operatori dei giacimenti di petrolio di scisto negli Stati Uniti hanno reso più efficienti le loro trivellazioni e ridotto i costi, ottenendo tassi di crescita superiori alle previsioni, mentre la crescita della produzione canadese è stata sostenuta dall'aumento della capacità dell'oleodotto Trans Mountain Expansion (Tmx), entrato in funzione nel maggio 2024.

La geopolitica del petrolio

Sempre secondo le previsioni dell'Aie, la produzione di tutti i paesi non membri dell'OPEC+ dovrebbe aumentare di 1,5 milioni di barili al giorno nel 2024 e nel 2025, raggiungendo i 53,1 milioni di barili al giorno e poi i 54,6 milioni di barili al giorno. La produzione totale dell'Opec nel 2024 è stimata in media a 32,07 milioni di barili al giorno, contro i 32,06 milioni di barili al giorno del 2023 e i 34,16 milioni di barili al giorno del 2022. La produzione dell'Arabia Saudita è nuovamente diminuita, passando da 11 a 10,6 milioni di barili al giorno.

Nella geopolitica economica del petrolio, quindi, il Venezuela ha un peso significativo. Anche perché, nel 2007 il presidente Chávez – predecessore di Maduro – ha completato la nazionalizzazione del settore petrolifero imponendo che la compagnia di stato venezuelana, Pdvsa, detenesse una corposa quota di maggioranza in tutte le joint venture. Per tutta risposta, numerose compagnie statunitensi, come ExxonMobil e ConocoPhillips, hanno ritirato i rispettivi investimenti e avviato lunghissimi contenziosi legali internazionali.

Con la ‘defenestrazione’ di Maduro e un nuovo leader più vicino all’America di Trump come la leader dell’opposizione Marina Machado (sulla cui leadership il presidente Usa ha detto di star “valutando”), si concretizzerebbe una possibile apertura del mercato e conseguenze licenze per le major americane permettendo ad Exxon e Conoco di tornare e alle big rimaste, come Chevron, di espandersi.

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