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Stato-mafia, la deposizione di Napolitano: "Bombe del '93 furono aut aut allo Stato"

CRONACA
Stato-mafia, la deposizione di Napolitano: Bombe del '93 furono aut aut allo Stato

(foto Quirinale)

I periti hanno depositato la trascrizione della testimonianza resa dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel processo per la trattativa Stato-mafia lo scorso 28 ottobre.


Secondo il capo dello Stato, gli attentati del 1993 "si susseguirono secondo una logica che apparve unica e incalzante, per mettere i pubblici poteri di fronte a degli aut aut, perché questi aut aut potessero avere per sbocco una richiesta di alleggerimento delle misure soprattutto di custodia in carcere dei mafiosi o potessero avere per sbocco la destabilizzazione politico-istituzionale del Paese e naturalmente era ed è materia opinabile". Così il presidente della Repubblica ha risposto al pm Nino Di Matteo deponendo al processo. "La valutazione comune alle autorità istituzionali in generale e di governo in particolare, fu che si trattava di nuovi sussulti di una strategia stragista dell'ala più aggressiva della mafia, si parlava allora in modo particolare dei corleonesi, e in realtà quegli attentati, che poi colpirono edifici di particolare valore religioso, artistico e così via, si susseguirono secondo una logica che apparve unica e incalzante". Napolitano aggiunge che "comunque non ci fu assolutamente sottovalutazione, noi siamo arrivati con la sua domanda a un periodo che vede Carlo Azeglio Ciampi presidente della Repubblica e Ciampi è tornato molte volte, in più pubblicazioni, anche in libri recenti, su quello che di inquietante presentò quel momento e non soltanto per gli attentati che furono compiuti a Firenze, a Milano, a Roma in modo quasi concomitante, un po' prima maggio, se ben ricordo i Georgofili, e luglio gli altri. Ma addirittura citò come particolarmente inquietante l'episodio di un black aut al Quirinale. Quindi c'era molta vigilanza, molta sensibilità e molta consapevolezza della gravità di questi fatti". E quando il pm chiede: "E quindi lei ha detto si ipotizzò subito che la matrice unitaria e la riconducibilità ad una sorta di aut aut, di ricatto della mafia, ho capito bene", Napolitano replica: "Ricatto o addirittura pressione a scopo destabilizzante di tutto il sistema".

"C'erano elementi per usare espressione colpo di Stato" - Nella deposizione, a proposito delle dichiarazioni di Carlo Azeglio Ciampi sull'interruzione delle comunicazioni telefoniche di Palazzo Chigi nella notte tra il 27 e 28 luglio 1993, Napolitano dice che "c'erano elementi per formulare l'ipotesi o per usare l'espressione colpo di Stato". "In questa materia - aggiunge il capo dello Stato rispondendo alle domande dell'avvocato di Totò Riina - si sono scritti libri importanti, c'è perfino un libro di tantissimi anni fa di un grande scrittore italiano intitolato: 'Technique du coup d'etat'. Le tecniche del colpo di Stato di solito comprendono la interruzione delle comunicazioni, l'isolamento del vertice del potere dal resto degli apparati del potere, quindi era un ingrediente classico di colpo di Stato. In questo senso quello che stava accadendo poteva indurre a parlare di tentativo o di rischio di colpo di Stato, altro non ho da dire".

Minacce a Napolitano - Il presidente della Repubblica dice poi che accolse la nota riservata del Sismi sul rischio di un possibile attentato nei suoi confronti "con assoluta imperturbabilità, perché avevo già vissuto tutti gli anni della stagione del terrorismo in cui di minacce ne fioccavano da tutte le parti e purtroppo non fioccavano solo minacce, ma anche pallottole".

Strage di via D'Amelio - Quanto alla strage in cui morì il giudice Borsellino, "sono convinto che quella tragedia di via D'Amelio rappresentò un colpo di acceleratore decisivo" per l'approvazione del decreto sul carcere duro, il cosiddetto '41 bis', dice Napolitano. "Ci fu la convinzione che si dovesse assolutamente dare questo segno all'avversario, al nemico mafioso".

Lettera D'Ambrosio - Rispondendo ai pm, Napolitano dice ancora che la lettera inviata nel luglio 2012 dall'allora consigliere giuridico Loris D'Ambrosio al capo dello Stato fu per il presidente della Repubblica un "fulmine a ciel sereno". "Prima di inviarle quella lettera, il consigliere D'Ambrosio gliela aveva preannunciata? E comunque le aveva esternato la sua volontà di dimettersi dall'incarico?", chiede il procuratore aggiunto Vittorio Teresi e Napolitano risponde: "Assolutamente no, mi aveva solo trasmesso un senso di grande ansietà e anche un po' di insofferenza per quello che era accaduto con la pubblicazione delle intercettazioni di telefonate tra lui stesso e il senatore Mancino, insofferenza che poi espresse più largamente nella lettera. Non mi preannunciò né la lettera, né le dimissioni. Era diciamo preso da questa vicenda, era anche un po' assillato da queste telefonate punto e basta. Poi la lettera per me fu un fulmine a ciel sereno, ne rimasi molto colpito, ci riflettei e il giorno dopo, il giorno dopo subito lo pregai di venire nel mio ufficio, avendo già redatto una risposta che gli consegnai".

"Ho voluto pubblicare questi testi perché, diciamo, è mia linea di condotta il rispettare rigorosamente tutte le regole che sono poste a presidio dell'esercizio da parte del Presidente della Repubblica delle sue prerogative, quindi rispettare tutti i vincoli di riservatezza che da ultimo sono stati anche molto efficacemente ricapitolati e puntualizzati nella sentenza 1/2013 della Corte Costituzionale. Ma nello stesso tempo dare il massimo di motivazione pubblica di ogni mia scelta, in tutte le circostanze si sia trattato di crisi di governo, si sia trattato di nomine, ho creduto che non fosse assolutamente contrastante con l'abito di riservatezza del Presidente della Repubblica, dare trasparenza e dare trasparenza sulla base di motivazioni leggibili alle mie decisioni e in questo caso ho ritenuto di dovere e potere dare pubblicità, purtroppo senza interpellare in proposito il dottor D'Ambrosio, alla sua lettera e alla mia risposta".

In uno dei passi della deposizione, Napolitano dice che Loris D'Ambrosio era "animato da spirito di verità". E ricorda che il consigliere giuridico nel 2012 era in stato di "ansia" ed era anche "indignato". Il pm Teresi chiede: "Lei ha percepito, ha mai avuto sentore, in questo periodo di tempo, di queste inquietudini del consigliere D'Ambrosio per quelle attività del periodo 89 - 93?", riferendosi alla lettera inviata da D'Ambrosio a Napolitano. E il capo dello Stato risponde: "No, io ho, come ho detto, constatato de visu il suo profondissimo stato di ansietà e anche di indignazione, perché un uomo che aveva dedicato tutta la sua vita al servizio dello Stato, che si era con grande entusiasmo dedicato alla funzione di scriba per... Era un uomo di straordinario riserbo, ma lui aveva ricevuto, anzi la sua famiglia aveva ricevuto, minacce circostanziate di morte per una sua bambina. E questo fatto determinò, ma non voglio andare oltre, diciamo per esigenze che comprenderete, di rispetto delle persone, aveva determinato effetti traumatici all'interno della sua famiglia che duravano ancora quando era con me".



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