Gli uomini (e la donna) che volevano uccidere Mussolini. E quelli che oggi prendono di mira Trump

Il libro di Bruno Manfellotto sugli attentatori del Duce: finirono per rafforzare il regime. E oggi Trump, che guida una democrazia, usa la minaccia alla sua vita come benzina politica

Bruno Manfellotto con la copertina del suo ultimo libro
Bruno Manfellotto con la copertina del suo ultimo libro
27 aprile 2026 | 17.02
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Nel libro di Bruno Manfellotto "Voglio uccidere Mussolini", appena pubblicato da Laterza, la storia non è quella degli attentati. È quella degli attentatori. Non un racconto di complotti riusciti (non ce ne sono) ma una galleria di figure diversissime tra loro, unite da un gesto estremo che non è riuscito a cambiare davvero il corso degli eventi.

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E, alla luce degli eventi dello scorso fine settimana, il libro diventa ancora più attuale.

Perché anche nel caso degli attentati a Donald Trump, ciò che emerge non è una regia unica o una strategia organizzata. Ma una sequenza di individui, ciascuno con un proprio percorso, spesso isolato, che a un certo punto decide di trasformare la politica in atto violento.

Gli attentatori di Mussolini: solitari, contraddittori, spesso tragici

Manfellotto, giornalista di lungo corso, già direttore dell''Espresso', costruisce il suo racconto come una “commedia umana”, popolata da personaggi “diversi per indole, orientamento politico e radice familiare”. Non c’è un profilo unico. Anzi: è proprio la frammentazione a colpire.

Tito Zaniboni è il primo. Deputato socialista, ex interventista, non un marginale ma un uomo dentro il sistema politico. Nel 1925 affitta una stanza d’albergo davanti a Palazzo Chigi, prepara un fucile con mirino telescopico e aspetta Mussolini al balcone. Non sparerà mai: viene arrestato prima, tradito da una soffiata . Nel libro emerge come figura ambigua: non un fanatico, ma un uomo deluso, che passa dalla politica alla scorciatoia violenta.

Violet Gibson è un personaggio fuori dagli schemi. Aristocratica irlandese, spara a Mussolini nel 1926 e lo ferisce di striscio al naso. Sopravvive, ma la sua vita finisce in manicomio. Manfellotto la restituisce come figura che il regime ha interesse a ridurre a “pazza”, per neutralizzare il significato politico del gesto.

Gino Lucetti è forse il più “classico” degli attentatori. Anarchico, reduce da scontri politici, torna in Italia sotto falso nome e organizza da solo il suo piano. Lancia una bomba contro l’auto del Duce: rimbalza, esplode, ferisce altri ma non Mussolini. È il prototipo dell’attentatore isolato: nessuna rete solida, nessuna organizzazione reale, solo una decisione personale portata fino in fondo.

Anteo Zamboni, quindicenne, è il caso più oscuro. Dopo un presunto attentato a Bologna, viene linciato sul posto. Ancora oggi non è chiaro se fosse davvero l’attentatore o una vittima sacrificabile. Nel racconto di Manfellotto, la sua vicenda diventa il simbolo della manipolazione: non solo il gesto, ma la sua narrazione è controllata dal potere.

Poi ci sono gli altri: Michele Schirru, Angelo Sbardellotto, progetti mai realizzati o fermati prima di agire. Alcuni vengono giustiziati senza alcuna garanzia processuale, perché come scrive Manfellotto, “con il secondo decennio fascista il clima cambia, il regime costruisce le sue verità e le impone, si fa più sbrigativo e cinico. Feroce”. Il libro insiste su questo punto: il regime inizia a non punire solo l’atto, ma anche l’intenzione.

Il filo comune, però, è uno solo: la solitudine. Manfellotto parla di “deboli alleanze” e della “solitudine in cui sono lasciati” questi uomini . Non sono parte di un disegno strategico. Sono schegge.

Gli attentatori di Trump: individui, non organizzazioni

Anche nel caso americano, ciò che emerge finora ha una struttura sorprendentemente simile, pur in un contesto totalmente diverso.

Nel tentato assassinio di Butler in Pennsylvania (luglio 2024), quando Trump era ancora candidato e un proiettile sparato da Thomas Crooks gli ha ferito l’orecchio senza ucciderlo, l’Fbi ha parlato di azione individuale, senza evidenze immediate di una rete strutturata, e ha scelto diffondere pochissime informazioni sullo “sniper”, solleticando molte teorie del complotto.

Nel caso dell’incursione nel suo golf club in Florida, poco tempo dopo, Ryan Wesley Routh è stato identificato, processato e condannato: anche qui, la versione delle autorità parla di un percorso personale, non una cellula organizzata. E nell’episodio più recente alla cena dei corrispondenti, siamo di nuovo di fronte a un soggetto che agisce al di fuori di organizzazioni e legami.

Cole Allen, 31 anni, profilo tutt’altro che marginale, è l’uomo fermato per l’attacco alla White House Correspondents’ Dinner. Laureato al California Institute of Technology e con un master in computer science conseguito nel 2025 alla California State University, lavorava come insegnante in una società privata di tutoring ed era descritto da colleghi e compagni come riservato, brillante, perfettamente integrato. Secondo gli investigatori, avrebbe agito da solo: nei suoi scritti, in cui si definiva “Friendly Federal Assassin”, indicava come obiettivo esponenti dell’amministrazione Trump, e aveva costruito una gerarchia di bersagli. La giustificazione che si era dato? Sul piano morale e religioso.

Un profilo che colpisce proprio per la sua normalità apparente: nessuna rete strutturata, nessuna militanza riconoscibile, ma una decisione individuale maturata fino alla rottura, in una traiettoria che ricorda da vicino, pur in un contesto completamente diverso, quella degli attentatori raccontati da Manfellotto.

Come nel libro, non siamo davanti a “cospiratori” nel senso classico, ma a figure che maturano una decisione personale. Percorsi radicalizzati, spesso opachi, difficili da ricondurre a una strategia politica coerente.

L’attentato come arma politica (anche per il bersaglio)

Nel caso di Mussolini, il regime usa gli attentati. Li trasforma in strumento di legittimazione e repressione. Alcuni, secondo diverse ricostruzioni, vengono addirittura manipolati o sfruttati per consolidare il potere.

Nel caso di Trump, siamo dentro una democrazia. Ma questo non rende irrilevante il fenomeno. Lo sposta su un altro piano: quello narrativo.

Trump costruisce da anni una narrazione di accerchiamento. Gli attentati non fanno che rafforzarla. Non sono il prodotto di un sistema che si chiude, ma diventano materiale politico in un sistema che resta aperto. La foto di Trump con l’orecchio insanguinato che alza il pugno al cielo è stata stampata sulle magliette, è diventata uno dei simboli del movimento Maga: il leader non è solo contestato, è minacciato. E quindi, per i suoi sostenitori, ancora più legittimo, ancora più necessario.

Non il gesto, ma gli uomini

Il libro di Manfellotto toglie centralità al gesto e la dà all’uomo. Non eroi. Non martiri. Non strateghi. Ma individui spesso soli, con motivazioni forti e strumenti deboli, che scelgono la violenza come scorciatoia. E che, quasi sempre, finiscono per non ottenere nulla, se non essere assorbiti da una storia più grande di loro e, paradossalmente, rafforzare proprio chi si vorrebbe colpire.

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