Rubio lunedì in Israele. Stati Uniti, Gb e Cina ritirano gli staff dall'area Teheran avverte: "No a richieste eccessive da Washington, negoziato richiede serietà e realismo"
Tensione sempre più alta sull'Iran con Usa e Gran Bretagna che oggi, venerdì 27 febbraio, hanno evacuato lo staff diplomatico nell'area e la Cina che ha invitato i suoi cittadini a lasciare al più presto il Paese. Sullo sfondo il negoziato tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica con il presidente Donald Trump che continua a valutare l'opzione militare contro Teheran che secondo alcune fonti Usa potrebbe essere più ampio dei bombardamenti dei siti nucleari effettuati lo scorso giugno.
"Non ho ancora preso una decisione" ha detto Trump, rispondendo ai giornalisti che gli hanno chiesto di un eventuale attacco all'Iran. "Voglio raggiungere un accordo" e da parte di Teheran sarebbe "intelligente" farlo, ha aggiunto prima di lasciare la Casa Bianca per una visita in Texas. Il presidente ha mantenuto una certa ambiguità anche nel passaggio successivo in cui ha ribadito di non voler ricorrere alla forza militare contro l'Iran, ma ha precisato che "a volte è necessario".
L'ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee ha esortato - con una mail scritta alle 10.24 di questa mattina allo staff dell'ambasciata - chi volesse lasciare il Paese a farlo subito. Se qualcuno del personale o i familiari volesse partire, "dovrebbe farlo OGGI", è scritto nel testo, secondo quanto riporta il New York Times. L'avviso sulla partenza del personale non addetto alle emergenze "probabilmente si tradurrà in un'elevata richiesta di posti aerei oggi", scrive ancora. "Concentratevi sul trovare un posto verso qualsiasi luogo da cui poi potrete proseguire il viaggio per Washington, ma la priorità assoluta sarà lasciare rapidamente il Paese". La decisione è stata presa dopo riunioni e telefonate notturne, ha dichiarato Huckabee ai dipendenti nella email, ed è frutto di "estrema cautela" e di colloqui con il Dipartimento di Stato in cui i funzionari hanno concordato che la sicurezza del personale dell'ambasciata è una priorità.
Via anche decine di membri dello staff dall'ambasciata Usa a Beirut, come riferito dall'emitttente libanese Lbci, precisando che il personale è stato evacuato attraverso l'aeroporto internazionale 'Rafik Hariri' "come misura precauzionale in vista degli sviluppi regionali previsti". La notizia segue le indiscrezioni circolate sulla stampa americana secondo cui l'Iran, in caso di attacco Usa, potrebbe rispondere attraverso i suoi proxy, tra cui Hezbollah.
Un funzionario del Dipartimento di Stato, citato da Axios, ha confermato che è stata ordinata la partenza del personale non essenziale e dei loro familiari dall'ambasciata Usa a Beirut. "Valutiamo costantemente la situazione della sicurezza e, sulla base della nostra ultima analisi, abbiamo ritenuto prudente ridurre la nostra presenza al personale essenziale", ha dichiarato il funzionario, precisando che l'ambasciata americana nel Paese dei Cedri rimane operativa. "Si tratta di una misura temporanea volta a garantire la sicurezza del nostro personale - ha aggiunto la fonte - mantenendo al contempo la nostra capacità di operare e assistere i cittadini statunitensi".
A muoversi nella stessa direzione anche Londra e Pechino. Il governo britannico ha ritirato in via "temporanea" tutto il suo staff diplomatico dall'Iran sottolineando che "la misura precauzionale temporanea è stata adottata a causa della situazione di sicurezza in corso".
La Cina fa invece appello ai propri cittadini che si trovano in Iran a "rafforzare le precauzioni di sicurezza" e "lasciare il Paese il prima possibile", riporta il Global Times sulla base di quanto comunicato via WeChat dal Dipartimento consolare del ministero degli Esteri di Pechino. Le autorità di Pechino precisano che l'ambasciata cinese e i consolati in Iran e nei Paesi vicini forniranno "l'assistenza necessaria" ai cittadini della Repubblica Popolare che vogliono lasciare la Repubblica Islamica con "voli commerciali" o "via terra".
Intanto il vicepresidente Usa JD Vance rassicura sul rischio di escalation in Medio Oriente. Intervistato dal Washington Post a bordo dell'Air Force Two, Vance ha escluso che un intervento militare contro l’Iran possa trasformarsi in un conflitto prolungato: “Non c’è alcuna possibilità che saremo in guerra per anni senza fine”. E ha citato a sostegno non solo i raid in Iran dello scorso anno, ma anche l'operazione di inizio gennaio in Venezuela per la cattura di Nicolas Maduro, operazioni "molto chiaramente definite". Pur senza conoscere le mosse precise di Trump, Vance ha indicato le opzioni sul tavolo, dalla pressione militare mirata alla diplomazia, con l’obiettivo di fermare il programma nucleare iraniano.
Lunedì il segretario di Stato americano Marco Rubio vola in Israele per colloqui sull'Iran e non solo, ha reso noto il portavoce del dipartimento di Stato di Washington, Tommy Pigott, secondo cui Rubio "discuterà una serie di priorità regionali, tra cui Iran, Libano e gli sforzi in corso per attuare il piano di piace in 20 punti per Gaza del presidente Trump".
Dal canto suo l'Iran avverte che se vorranno raggiungere un accordo, gli Stati Uniti dovranno rinunciare alle loro "richieste eccessive", dopo i colloqui tra le due parti a Ginevra. ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi in una telefonato con il suo omologo egiziano Badr Abdelatty. "Il successo in questo percorso - ha sottolineato il capo della diplomazia di Teheran - richiede serietà e realismo dell'altra parte, evitando qualsiasi errore di calcolo e richieste eccessive".
Le Discussioni tecniche sul programma nucleare iraniano si svolgeranno a Vienna la settimana prossima, ha anticipato l'Aiea auspicando l'esito positivo delle trattative in corso a Ginevra fra Stati Uniti e Iran che "avrebbe un impatto positivo sull'attuazione efficace delle salvaguardie in Iran"
Secondo quanto sostiene l'Agenzia in un rapporto rilanciato dai media israeliani, parte dell'uranio iraniano altamente arricchito, vicino alla soglia per uso militare, è stato stoccata in un'area sotterranea del sito nucleare di Isfahan. E' la prima volta che l'organismo di controllo dell'Onu indica con precisione il luogo di stoccaggio dell'uranio arricchito fino al 60% di purezza, un livello prossimo al 90% considerato necessario per la fabbricazione di un'arma nucleare.
Secondo alcuni diplomatici, l'ingresso del sito nucleare sarebbe stato colpito a giugno nei raid statunitensi e israeliani, ma l'impianto nel suo complesso risulterebbe in gran parte intatto.