La missione Irini evolve, da embargo a sicurezza strategica Ue nel Mediterraneo. Cosa ha detto l'amm. Casapieri

Il comandante Marco Casapieri spiega come minacce ibride, infrastrutture critiche e cooperazione con la Libia ridefiniscano il ruolo dell’operazione nella sicurezza Ue

Marco Casapieri - Irini
Marco Casapieri - Irini
30 aprile 2026 | 16.20
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L’operazione europea Eunavformed Irini cambia pelle e si prepara a una nuova fase, in cui enforcement dell’embargo Onu sulle armi alla Libia e sicurezza marittima si intrecciano con protezione delle infrastrutture critiche e consapevolezza situazionale. È quanto emerge da una conversazione con Decode39 / Formiche dell’ammiraglio di squadra Marco Casapieri, che guida la missione dal settembre 2025 e che nei giorni scorsi ha compiuto la sua prima visita ufficiale a Tripoli, incontrando il capo di Stato maggiore dell’esercito libico, generale Salheddin Al Namroush.

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Un incontro definito “molto produttivo”, focalizzato sul rafforzamento della cooperazione tra Unione europea e Libia in aree di interesse comune e sulla stabilizzazione del Mediterraneo centrale. Un passaggio che si inserisce nella diplomazia militare ordinaria ma che, al tempo stesso, segna l’avvio di una trasformazione già in corso dell’operazione.

Con il rinnovo del mandato fino al 31 marzo 2027 e l’estensione delle attività alla Maritime Situational Awareness (Msa) e alla protezione indiretta delle infrastrutture sottomarine critiche, Irini entra infatti in una nuova dimensione: non più soltanto strumento di attuazione dell’embargo, ma osservatorio avanzato della competizione strategica nel Mediterraneo, in un contesto in cui il mare torna a essere uno spazio conteso, ibrido e interconnesso con altri teatri europei e globali.

“La minaccia che affrontiamo è ibrida e in costante evoluzione”, spiega Casapieri a Decode39/Formiche, sottolineando come fenomeni apparentemente lontani – dalle cosiddette “shadow fleets” agli attacchi alle infrastrutture critiche – tendano oggi a sovrapporsi, avvicinando aree come il Baltico e il Mediterraneo. Una convergenza geografica e concettuale che aiuta a comprendere la rilevanza strategica crescente dell’operazione.

Il Mediterraneo, osserva il comandante, non è più solo un mare regionale, ma un nodo di connessione tra sicurezza europea, flussi energetici, catene del valore e competizione geopolitica. In questo quadro, la capacità di “vedere” ciò che accade in mare diventa un prerequisito per qualsiasi forma di deterrenza o intervento.

Irini si fonda sempre più su un ciclo informativo integrato: alle attività navali e aeree si affianca l’uso sistematico di fonti aperte, dati Ais, intelligence satellitare e informazioni condivise da agenzie europee come Frontex, Europol e il Centro satellitare dell’Ue. “Abbiamo una piattaforma dedicata di intelligence e condivisione delle informazioni”, sottolinea Casapieri, con l’obiettivo di ridurre l’ambiguità operativa e definire con precisione l’ambiente nel Mediterraneo centrale.

Un approccio che riflette una trasformazione più ampia del modo in cui l’Ue esercita la propria presenza marittima: non solo presenza fisica, ma capacità autonoma di analisi, correlazione e attribuzione. In un contesto di minacce ibride, la superiorità informativa diventa fattore di sovranità.

Resta centrale il compito storico di enforcement dell’embargo Onu sulle armi verso la Libia, anche se con limiti ben definiti: l’applicazione riguarda esclusivamente il dominio marittimo e dipende dal quadro giuridico internazionale e dalla cooperazione degli Stati di bandiera. Tuttavia, Irini rimane l’unico attore internazionale con un mandato specifico in questo ambito, con l’effetto di aumentare i costi operativi per chi tenta di violare le restrizioni, costringendo a modificare rotte e modalità dei traffici illeciti.

Il salto qualitativo più significativo riguarda però il contributo alla protezione indiretta delle infrastrutture critiche sottomarine, un ambito sempre più centrale nell’agenda di sicurezza europea. “Il Mediterraneo non è minacciato solo in superficie, ma anche nelle sue profondità”, avverte Casapieri, ricordando la presenza di cavi in fibra ottica, gasdotti, infrastrutture energetiche e reti elettriche da cui dipendono le economie europee.

Monitorare attività sospette attorno a questi asset non significa militarizzare il dominio subacqueo, ma ridurre le zone d’ombra e rafforzare capacità di prevenzione e attribuzione. Un lavoro che si basa sulla cooperazione tra i Paesi partecipanti, Italia inclusa, e sulla condivisione di informazioni operative.

In questo senso, Irini si configura sempre più come uno strumento di resilienza strategica: la sicurezza marittima non riguarda solo il controllo delle rotte, ma la protezione delle connessioni invisibili che sostengono la vita economica e digitale europea.

Sul fronte delle risorse, Casapieri evidenzia il sostegno politico europeo: 24 Stati membri contribuiscono all’operazione in varie forme. “Un comandante operativo può sempre desiderare più risorse”, osserva, ma il dato rilevante è che, nonostante nuove crisi e fronti emergenti, i mezzi destinati a Irini non sono stati ridotti.

Accanto alla dimensione operativa, l’operazione produce effetti sistemici meno visibili ma rilevanti: interoperabilità, addestramento congiunto e coesione tra le marine europee. “Irini è una sorta di hub dove forze diverse possono integrarsi e mantenere la prontezza operativa”, afferma il comandante, ricordando anche il lavoro svolto presso il quartier generale di Roma, dove personale militare e civile di diversi Paesi lavora fianco a fianco.

Cresce anche la dimensione di capacity building e training nei confronti della Libia, con iniziative avviate dal dicembre 2024 che stanno producendo effetti concreti. Tra questi, l’addestramento di base di trenta militari libici – provenienti sia dall’Est che dall’Ovest del Paese – svolto a Taranto.

Attività inserite in un quadro più ampio, anche sotto egida Onu, volto a raggiungere standard internazionali nelle operazioni di ricerca e soccorso e nel rispetto dei diritti umani. Tra i prossimi passi, la creazione di un Maritime Rescue Coordination Centre a Bengasi e lo svolgimento di una prima esercitazione Sar congiunta.

Un percorso che ha anche un valore politico in un contesto segnato da forte frammentazione istituzionale: costruire capacità e canali di comunicazione appare, secondo Casapieri, più efficace di soluzioni rapide o esclusivamente militari.

In parallelo, cresce l’esigenza di coordinamento tra le operazioni marittime europee. In questa logica si inserisce il primo incontro dei comandanti delle missioni Ue – Irini, Atalanta e Aspides – tenutosi a febbraio a Roma, con l’obiettivo di condividere best practice e rafforzare la coerenza delle capacità marittime europee.

Quanto alla Libia, il comandante mantiene un approccio prudente: la stabilità è “una maratona, non uno sprint”. In questo quadro, il ruolo di Irini appare sempre più quello di ridurre il disordine, rafforzare la consapevolezza del dominio marittimo e fornire all’Unione europea strumenti concreti per agire come attore credibile in un Mediterraneo tornato a essere, a tutti gli effetti, una frontiera strategica.

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