Midterm, Spannaus: ''El-Sayed e socialisti non detteranno linea dem, Vance indica strada per ripartenza Gop''

"Guardando al 2028 il partito non può ignorare il presidente, che resterà in carica ancora per due anni, ma certamente potrà cercare di condizionarlo", spiega all'Adnkronos l'analista politico americano e autore del podcast 'That's America - Dietro le quinte degli Stati Uniti'.

(Ipa)
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05 novembre 2026 | 16.16
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La pesante sconfitta dei repubblicani alle elezioni di midterm porta soprattutto la firma di Donald Trump, ma apre anche una nuova fase per entrambi i partiti americani in vista delle presidenziali del 2028, con il vicepresidente Jd Vance chiamato a indicare una strada alternativa al trumpismo e il neoeletto senatore democratico Abdul El-Sayed tra i protagonisti dell'emergente ala socialista. Due figure che incarnano le sfide, profondamente diverse, che attendono repubblicani e democratici nei prossimi due anni. È l'analisi di Andrew Spannaus, analista politico americano e autore del podcast 'That's America - Dietro le quinte degli Stati Uniti', che in un'intervista all'Adnkronos individua nella guerra contro l'Iran e nella gestione dell'economia le principali cause della disfatta del Grand Old Party, mentre mette in guardia i democratici dal rischio di interpretare la vittoria come un mandato per una svolta radicale a sinistra. Per i repubblicani, avverte, sarà necessario "essere onesti sui fallimenti di questa amministrazione", mentre sul fronte opposto "i socialisti non possono dettare legge dentro il partito": la sfida per entrambi sarà riconquistare la fiducia degli elettori moderati senza perdere il sostegno della propria base.

"La colpa principale è di Donald Trump e delle scelte che ha fatto. Ha promesso per anni di non fare guerre e poi ha fatto una guerra. Nel 2024 ha fatto campagna elettorale promettendo di abbassare i prezzi dopo l'inflazione elevata degli anni della pandemia, invece, con la sua incapacità di portare avanti una politica protezionistica ragionata, ha peggiorato la situazione - osserva Spannaus - La cosa notevole è come le scelte di Trump abbiano fatto intrecciare la politica estera e quella interna, perché la guerra ha fatto aumentare il prezzo del petrolio e quindi della benzina, del gasolio e così via". Ma le responsabilità non sono soltanto della Casa Bianca: "Per i repubblicani il problema è che non hanno contrastato Trump. Un politico a livello locale che segue un presidente che sta facendo cose molto impopolari ne paga il prezzo. Il clima nazionale ha pesato tantissimo e i singoli candidati ne hanno subito le conseguenze". A complicare la ripartenza del partito è anche la mancanza di nuovi leader: "Trump è stato il volto del partito in questi anni e non ha permesso l'emergere di tante altre facce nuove", sottolinea l'analista, ricordando inoltre che il presidente "ha imposto candidati in molti Stati, soprattutto per il Senato, con problemi evidenti, e così hanno perso, come Ken Paxton in Texas o Darline Graham in South Carolina".

Guardando al 2028, secondo Spannaus "il partito non può ignorare il presidente, che resterà in carica ancora per due anni, ma certamente potrà cercare di condizionarlo". E proprio Vance, sottolinea, "ha già indicato la direzione: essere onesti sugli errori e cercare di convincere gli elettori che si andrà in una direzione nuova". Una prospettiva destinata ad alimentare tensioni interne: "Questo creerà sicuramente degli scontri, soprattutto in merito alla politica estera. Trump dovrà decidere quanto riuscirà a portare avanti la sua visione di diplomazia con la Russia e la Cina. Dovrà cercare di chiudere la guerra in Iran in tempi brevi, magari anche con un bombardamento rapido per dimostrare che ha fatto qualcosa, e gli altri repubblicani dovranno cercare di utilizzare le istituzioni per evitare che Trump faccia cose troppo dirompenti". La priorità, insiste l'analista, sarà "essere onesti sui fallimenti di questa amministrazione e parlare alla base repubblicana, che non è certamente favorevole alla guerra e non è certamente a favore di come Trump ha affrontato l'economia". Attenzione, però, al rischio di un ritorno al passato: "C'è un establishment repubblicano che aspetta di rientrare in gioco. E qui c'è il paradosso: molti vogliono vedere un Partito repubblicano che torna alle origini pre-Trump, ma sarebbe un grave errore pensare di risollevare o rispolverare il neoliberismo della globalizzazione e anche le politiche dei neoconservatori".

Sul fronte democratico, la vittoria alle midterm ha invece favorito l'emergere di nuove figure, da El-Sayed in Michigan ai candidati capaci di imporsi negli Stati tradizionalmente conservatori. "C'è stata molta energia a sinistra del partito, con la richiesta di contrastare Donald Trump in modo molto diretto", spiega Spannaus, secondo cui "i democratici sono stati efficaci nel criticare la corruzione di Trump, nel parlare dei problemi legati al costo della vita e nell'evitare di cadere nelle guerre culturali". Una strategia che ha contribuito a neutralizzare gli attacchi repubblicani: "I repubblicani hanno cercato di bollare i democratici come comunisti, estremisti di sinistra e radicali. Però la realtà è che questa fazione non è maggioritaria dentro il partito e non ha dimostrato la capacità di allargare i consensi in modo significativo". Per l'analista, infatti, "il più grande spostamento di voti verso i democratici è avvenuto negli Stati repubblicani come Texas, North Carolina, Iowa e Kansas, non in Michigan, dove El-Sayed ha aumentato solo leggermente i voti democratici". Da qui l'avvertimento in vista del 2028: "I socialisti non possono dettare legge dentro il partito. Possono certamente, e lo hanno già fatto, proporre politiche più incisive in termini di intervento pubblico, per esempio sulla sanità. Ma questo non significa che il partito diventi molto più di sinistra e certamente non significa che il prossimo candidato debba essere uno di quell'area". Servirà piuttosto una figura capace di "parlare bene delle questioni economiche, anche in termini populisti, ma anche di fare appello agli elettori moderati".

Un discorso a parte riguarda il 42enne El-Sayed, primo musulmano eletto al Senato americano, e gli attacchi personali subiti durante la campagna elettorale, culminata nella vittoria contro il repubblicano Mike Rogers. "È stato controproducente criticare Mamdani prima, e poi criticare El-Sayed come jihadista in questo clima", afferma Spannaus. "El-Sayed è stato molto bravo a concentrarsi sulle lamentele e sui problemi quotidiani delle persone. Non si è lasciato trascinare sul terreno dello scontro che voleva Donald Trump". Questo non significa, tuttavia, che il suo successo rappresenti necessariamente un modello vincente per l'intero Partito democratico: "La sua vittoria nel Michigan non è stata di larga misura se confrontata con quella di altri candidati democratici nella regione", osserva l'analista. La lezione delle midterm, conclude, è che "i candidati di questo tipo si fanno forti di istanze della popolazione che per fortuna riescono ad andare oltre il tentativo di polarizzare e strumentalizzare le posizioni più culturali e sociali".

Per entrambi i partiti, dunque, i prossimi due anni saranno decisivi per ridefinire la propria identità e individuare una leadership capace di conquistare la Casa Bianca nel 2028. Da una parte i repubblicani dovranno fare i conti con l'eredità di Trump, cercando di correggerne gli errori senza alienarsi la base che lo ha sostenuto; dall'altra i democratici dovranno trovare un equilibrio tra l'energia della componente progressista e la necessità di mantenere il consenso degli elettori moderati. Una competizione che, secondo Spannaus, sarà condizionata anche dai nuovi equilibri istituzionali, con i democratici alla guida del Congresso. "È una lama a doppio taglio, un'opportunità ma anche un rischio per loro", osserva l'analista, sottolineando che entrambi gli schieramenti potranno presentare le proprie proposte politiche senza necessariamente doverle attuare. Il confronto sulle idee potrebbe così diventare centrale nella corsa al 2028, mentre trovare un accordo persino sulle regole di bilancio, avverte, "non sarà facile".

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