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Iran: la madre della giovane condannata a morte, Italia e Vaticano la aiutino

30 settembre 2014 | 18.58
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E' un appello disperato quello che Sholeh Pakravan, madre della 26enne iraniana che rischia l'impiccagione, rivolge attraverso Aki-Adnkronos International alle "mamme italiane", ai "politici italiani" e al Vaticano. "Chiedo alle mamme italiane di dimostrarmi la loro vicinanza e di attivarsi perché mia figlia torni a casa", dice in un'intervista esclusiva ad Aki la Pakravan, madre di Reyhaneh Jabbari, condannata a morte per l'omicidio dell'uomo che voleva stuprarla.

"A me non è data la possibilità di mettermi in contatto con i governanti del mio paese - dice la donna, contattata telefonicamente - e chiedo quindi ai politici italiani che siano loro a fare arrivare la mia voce alle autorità iraniane. E chiedo al Pontefice di pregare per la mia bambina e al Vaticano di mettersi in contatto con le autorità religiose del mio paese, aiutando così una madre disperata".

L'esecuzione della condanna a morte di Reyahneh era prevista per questa mattina, ma all'ultimo le autorità hanno deciso di rinviarla di 10 giorni. La giovane è stata trasferita dal carcere di Rajaishahr alla sua vecchia prigione, quella di Varamin, a sud di Teheran. La 26enne è stata condannata a morte per l'omicidio, avvenuto sette anni fa, di un ex impiegato del ministero dell'Intelligence, Morteza Abdolali Sarbandi, che a suo dire cercava di stuprarla. A nulla le è servito confessare l'omicidio per autodifesa subito dopo l'arresto.

'Le hanno messo le catene ai piedi, processo è stato una odissea'

"Psicologicamente, mia figlia è distrutta - racconta la Pakravan, che è una regista teatrale - anche se la notizia del rinvio dell'esecuzione l'ha un po' rincuorata. Ieri, prima della prevista esecuzione, l'hanno bendata, le hanno messo le manette e addirittura le catene ai piedi, come si fa in genere solo con gli uomini. Quelle catene le hanno provocato piaghe e ferite e lei piangeva disperata".

La donna racconta che da tempo a lei e ai suoi familiari è consentito di vedere Reyahneh solo attraverso un vetro, "una volta a settimana, per 15 o 20 minuti". "Da due anni e mezzo - spiega - a tutti i prigionieri sono vietati gli incontri faccia a faccia". La Pakravan parla della detenzione della figlia come di una vera e propria odissea. "Sto male a ricordare tutto quello che abbiamo passato in questi anni", dice, ricordando che solo fino a ieri sulla vicenda "non c'era una sentenza definitiva".

L'avvocato della ragazza, inoltre, "non poteva accedere al suo fascicolo, perché nel carcere non ce n'era alcuna traccia". Ci sarebbero stati continui cambi di date per il processo, trasferimenti da un carcere all'altro "senza l'autorizzazione del procuratore". E nessuno avrebbe avvisato la famiglia dell'imminente impiccagione. "Lo abbiamo saputo quasi per caso, chiedendo al responsabile delle esecuzioni - racconta la Pakravan - che a sangue freddo ci ha detto che il nome di nostra figlia era nella lista degli impiccati di oggi".

'Famiglia della vittima può perdonarla e salvarla, ma da loro condizioni sempre diverse'

L'ultima speranza di Reyhaneh è riposta nel 'perdono' della famiglia della vittima, che come è successo in altri casi può salvarla dalla forca. "Ma la famiglia di Sarbandi pone condizioni sempre diverse - dice la madre della ragazza - Chiede che mia figlia ammetta i suoi errori. Altre volte chiede che faccia il nome di un uomo che loro sono convinti che abbia partecipato all'omicidio. Ma quali errori ha commesso mia figlia? Di consegnarsi spontaneamente alle autorità? Di subire ogni forma di pressione fisica e psicologica per anni? Di aver accettato tutte le imputazioni?".

"A volte la famiglia di Sarbandi - continua la Pakravan - dice che non la perdonerà mai, altre volte che un figlio è pronto a perdonare ma gli altri no. Poi ci chiedono di far dimettere il nostro avvocato, che Reyhaneh si dimostri più devota, che facciamo cancellare da Internet tutte le notizie sulla vicenda. Ma nonostante tutto noi siamo pronti a fare il possibile per assecondare le richieste che dovessero decidere di presentare formalmente per il perdono".

Per salvare la vita della ragazza, l'ong Neda Day ha lanciato una campagna di sensibilizzazione con la quale chiede a tutti gli italiani di inviare una lettera di protesta all'ambasciata in Italia. Taher Djafarizad, presidente dell'ong, che vive a Pordenone, spiega ad Aki che la campagna ha raccolto molte adesioni e che anche alcuni politici, tra i quali il senatore Lodovico Sonego (Pd) e il deputato Filippo Busin (Lega), si sono attivati.

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