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"La laurea di Denti è valida", assolto consulente di Bossetti

26 dicembre 2017 | 16.41
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Ezio Denti (Fotogramma) - FOTOGRAMMA

"'Assoluzione e non luogo a procedere perché il fatto non sussiste', così il Gup di Bergamo nei miei confronti in merito all'accusa rivoltami da parte del Pm Letizia Ruggeri durante le udienze sul caso Yara Gambirasio - Massimo Giuseppe Bossetti (di cui sono consulente) contestandomi i miei titoli di laurea in ingegneria perché non risultanti al Miur". Così in una lettera Ezio Denti, consulente della difesa di Bossetti, sottolineando come "il 19 dicembre 2017 si è svolto il processo a mio carico e il Gup dopo aver accertato la validità dei titoli, l'iscrizione all'Albo degli Ingegneri e oltre ad aver richiesto una traduzione della documentazione tramite un perito traduttore asseverato, ha ritenuto prosciogliermi da qualunque accusa".

"Oggi, mi sento nel dovere di esprimere la mia rabbia - scrive ancora Denti - Finalmente è giunta la verità sotto forma di sentenza". In tribunale quindi si è accertato che Ezio Denti è laureato in ingegneria, in Svizzera, a Friburgo e non in Italia, con titolo riconosciuto sia in Svizzera che in Francia (dove iscritto all’Albo degli Ingegneri Professionisti) oltre che in Italia e che pertanto non ha testimoniato il falso nel processo per l’omicidio di Yara Gambirasio, quale consulente della difesa di Bossetti.

“E’ ora che si assumano la responsabilità delle falsità che hanno scritto e divulgato nei miei confronti - continua Denti - E’ paradossale come in Italia si debba essere messi alla gogna quando si osa contraddire il lavoro della Procura e si finisca rinviati a giudizio per aver assunto ruoli scomodi. Ma giustizia è stata fatta. Si cucirà la bocca chi mi ha diffamato, dal primo all’ultimo. Sono mesi che lavoriamo io ed il mio staff per raccogliere l’elenco di tutti questi 'signori' contro cui procederò. Ed ho già conferito mandato per procedere”.

“'Onore e vittoria…. al mio segnale scatenate l’inferno', scrive ancora Denti - Nulla di più appropriato. Non serviranno le pubbliche scuse. Servirà la spada della giustizia per insegnare che le parole, scritte o dette a vanvera anche da chi si professa giornalista, hanno un peso e 'care' conseguenze".

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