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Sostenibilità: la ricerca 'green' fa bene anche alla chimica tradizionale/Focus

16 dicembre 2014 | 13.09
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Dal 1990 ad oggi, l’industria chimica ha migliorato la propria efficienza energetica del 45% e ridotto i consumi di energia del 36,7%. Le imprese hanno dedicando oltre il 20% degli investimenti a sicurezza, salute e ambiente.

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La ricerca di soluzioni più sostenibili è centrale anche per l’industria chimica tradizionale che, già negli anni Ottanta, ha avviato un percorso orientato alla sicurezza, alla salute e all’ambiente, nell’ambito più generale della Responsabilità Sociale delle Imprese. Lo sottolinea il Rapporto Greenitaly 2014 di Unioncamere e Fondazione Symbola.

Il Rapporto cita Responsible Care, il programma volontario di promozione dello sviluppo sostenibile, inaugurato nel 1984 in Canada per poi diffondersi in tutto il mondo. In Italia il programma è stato introdotto nel 1992 e, da allora, le prestazioni delle imprese chimiche aderenti, che rappresentano il 57% del totale di quelle del settore operanti in Italia e oltre il 50% dei dipendenti, sono in costante miglioramento, come dimostrano i numeri.

Dal 1990 ad oggi, l’industria chimica ha migliorato la propria efficienza energetica del 45% e ridotto i consumi di energia del 36,7%. Nonostante le enormi difficoltà riscontrate in tempi di crisi, le imprese hanno continuato a investire consistenti risorse umane e finanziare per lo sviluppo sostenibile, con una spesa di 712 milioni di euro (pari al 2,3% del fatturato) e dedicando oltre il 20% dei propri investimenti a sicurezza, salute e ambiente.

Questo impegno si è tradotto anche in un’ottimizzazione dei processi produttivi e nel miglioramento delle tecnologie, grazie alle quali le industrie chimiche hanno potuto ridurre, negli ultimi venti anni, le emissioni in aria del 95% e in acqua del 65%.

Confermata l’eccellenza anche sul fronte della sicurezza: secondo i dati Inail, la chimica è il settore manifatturiero italiano più sicuro, insieme all’industria petrolifera: 10,6 infortuni per un milione di ore lavorate nell’industria chimica in generale e 8,3 nelle imprese aderenti al programma Responsible Care.

A questo si aggiunge il primato assoluto nel conteggio delle malattie professionali: solo 0,22 su un milione di ore, ovvero, una malattia professionale ogni quattro milioni e mezzo di ore. Il comparto, inoltre, sta rispettando gli obiettivi previsti dal Protocollo di Kyoto per il 2012 ed è in linea con i livelli fissati dall’Unione Europea al 2020.

Le imprese chimiche italiane stanno sempre più investendo nello sviluppo di processi e prodotti che utilizzano materia prima da fonti rinnovabili, con vantaggi legati all’approvvigionamento del feedstock, che si basa solitamente su una filiera agricola “corta” ovvero fortemente integrata nel territorio; con benefici per un impatto ambientale ridotto lungo tutto il ciclo produttivo e la fine vita del prodotto; con lo sviluppo in termini di innovazione e leadership tecnologica, grazie anche alle sinergie che l’industria riesce a stimolare insieme ad altre aziende, il mondo accademico e quello istituzionale.

La matrice cosiddetta green di alcuni percorsi intrapresi dall’industria chimica, inoltre, costituisce una nuova via per alleggerirsi in parte dalle pressioni del mercato dei feedstock di origine fossile e per dare una risposta alle istanze dei consumatori, sempre più attenti a questi temi.

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