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Letta tra anima e cacciavite, suo destino in mani elettori

30 maggio 2021 | 10.21
LETTURA: 3 minuti

Il punto di vista di Follini: "Letta confida che gli vengano in soccorso gli altri. Egli spera che Salvini prima o poi tolga il disturbo, magari lasciandosi andare ancora una volta alla deriva del Papeete e sottraendo così al governo il suo ingombrante condizionamento di parte. E poi spera, ancora, che Conte gli porti in dote un M5S riconfigurato come alleato ingombrante ma non troppo e sufficientemente allineato al primato del Nazareno"

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(Fotogramma)

"Quando Nino Andreatta cominciò a presenziare alle prime riunioni della Dc dell’epoca, Donat Cattin commentò con un certo sarcasmo: 'Indossa camicie a quadri, fuma la pipa, parla l’inglese: non può essere dei nostri'. Nel caso di Enrico Letta, che di Andreatta è stato allievo, il paradosso si potrebbe capovolgere. Egli ha una fisionomia democristiana nel linguaggio, nelle apparenze, nella gestualità, nelle sue stesse ascendenze. Ma sembra volerne trarre conseguenze di tutt’altro segno.

E infatti, dalla proroga dei licenziamenti alla dote per i diciottenni fino alla evocazione della inedita categoria degli 'impunitisti', la maggior parte delle battaglia ingaggiate fin qui rimandano all’immaginazione della sinistra nuova e meno nuova piuttosto che alla felpata cautela e al sentimento d’ordine che animava i progenitori del segretario dem. Cosa che appare destinata a procurargli consensi e dissensi diversi da quelli che forse aveva messo in programma.

Ora, la nascita di una nuova leadership di partito non è mai una passeggiata su un letto di rose. Nella prima repubblica i modelli furono due. Uno più felpato, l’altro più assertivo. Nel 59 Moro prese le redini della Dc muovendosi in punta di piedi. La sua prima dichiarazione fu che accettava di guidare il partito “con tremore, senza gioia”. Nel 76, a sua volta, Craxi fu scelto come leader del Psi e annunciò subito la sua agenda: “primum vivere”. Se il partito era stato fino ad allora al gioco dei due colossi dell’epoca, Dc e Pci, di lì in poi la musica sarebbe cambiata e il tradizionale galateo messo da parte.

In sostanza sia Moro che Craxi avevano un’idea assai chiara delle loro priorità. Il democristiano pensava che il suo partito avesse bisogno di una ricucitura, e pazienza se lo avrebbero accusato di non decidere mai abbastanza in fretta. Il socialista a sua volta pensava che il suo partito dovesse farsi spavaldo, e anche qui pazienza se i suoi critici gli avrebbero contestato certe movenze non così aggraziate.

E’ probabile che ora Letta, contemplando tutte le difficoltà del Pd, avverta entrambe le esigenze. Quella di prendere in mano ago e filo, e quella di calarsi in testa l’elmetto. E così egli -mescolando l’anima e il cacciavite, come annota lui stesso- finisce per oscillare tra due posture che non sempre riesce facile conciliare. Una lo porta a farsi paladino di Draghi, l’altra a farsene controparte.

Stretto tra queste due difficoltà, e insieme lusingato da queste due occasioni, Letta confida che gli vengano in soccorso gli altri. Egli spera che Salvini prima o poi tolga il disturbo, magari lasciandosi andare ancora una volta alla deriva del Papeete e sottraendo così al governo il suo ingombrante condizionamento di parte. E poi spera, ancora, che Conte gli porti in dote un M5S riconfigurato come alleato ingombrante ma non troppo e sufficientemente allineato al primato del Nazareno. Due eventualità piuttosto difficoltose, tutte e due, e che comunque non sembrano destinate a venirgli in aiuto quanto meno nell’immediato.

Così, non gli resta che affidarsi alla benevolenza degli elettori che di qui a qualche settimana sceglieranno il destino di alcune grandi città (Roma, Milano, Napoli tra le altre) e della regione Calabria. Saranno loro a decidere, oltre che delle proprie amministrazioni, della sorte del segretario del Pd. Il quale aspetta il loro responso vestito per metà con la divisa dell’ambasciatore e per metà con l’armatura del guerriero".

(di Marco Follini)

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