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Libia, Varvelli (Ecfr): "Con Bashagha premier caos istituzionale, nessuno sa cosa fare"

10 febbraio 2022 | 19.29
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"Questa volta hanno fatto tutto i libici, non è più questione ideologica ma lotta fra personalismi"

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Arturo Varvelli

Con l'elezione di Fathi Bashagha a premier da parte della Camera dei rappresentanti di Tobruk "stiamo entrando in una fase di nuovo caos istituzionale", con il rischio "veramente che la Libia si divida" con la convivenza di due governi paralleli. Lo dice all'Adnkronos Arturo Varvelli, direttore dell'European council on foreign relations (Ecfr) di Roma, per il quale "è difficile capire cosa farà adesso il primo ministro del governo di unità nazionale, Abdul Hamid Dbeibah, tutti prendono tempo, anche la comunità internazionale".

Varvelli sottolinea come in questo caso "abbiano fatto tutti i libici con le loro rivalità interne: rispetto agli anni scorsi, quando gli attori esterni ci mettevano del loro a fare andare male le cose, ora hanno fatto tutto loro". "Non si tratta neanche più di una questione ideologica, di competizione geopolitica, di visioni del mondo - è l'analisi del direttore dell'Ecfr - Ora siamo davanti ai personalismi dell'uno o dell'altro e questo rende tutto ancora più difficilmente risolvibile". Tra l'altro Basghaha, passato dai Fratelli musulmani e dalla vicinanza alla Turchia all'alleanza con Haftar, è "il simbolo di un opportunismo" tutto libico, dove il richiamo è "ai gruppi di potere più che a gruppi ideologici".

'basta fissare data per le elezioni, serve prima nation e institution building'

E la comunità internazionale "non sa più cosa sia meglio fare", sottolinea Varvelli, che non esclude in toto il rischio di nuovi scontri armati, "questo c'è sempre, ma rispetto a qualche tempo fa ho notato una società libica molto, molto più stanca della conflittualità, mentre le varie potenze esterne sono diventate anche loro meno incisive, hanno speso le loro fiches".

In una situazione del genere, la proposta del direttore dell'Ecfr è di "ripensare tutto il timing: basta fissare deadline per le elezioni, che non risolvono comunque il problema della Libia". Piuttosto che "riprogrammare il voto, che ha del surreale, bisogna lavorare veramente a un processo di nation e institution building", gestito dai libici, e puntare "al lungo periodo". Sul modello di quella Conferenza nazionale convocata dall'allora inviato dell'Onu Ghassan Salamè nell'aprile del 2019 e poi saltata a causa dell'offensiva su Tripoli lanciata da Khalifa Haftar: "Lasciamo che i libici se la vedano tra di loro e all'interno di contesto controllato".

Intanto, conclude, "la crisi libica è diventata una crisi cronica, come quella somala o quella israelo-palestinese, in cui è sempre più difficile mettere mano".

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