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Dior, alchimia in nero

MODA
Dior, alchimia in nero

(Afp)

di Federica Mochi

Il nero come (non) colore per esplorare la relazione tra moda e architettura, mistica e alchimia. Sfila Dior e l'alta moda non è mai la stessa. Maria Grazia Chiuri, insignita oggi della Légion d'honneur, la più alta onorificenza della Repubblica francese, parte dalla mostra che l'architetto Bernard Rudofsky ha curato per il MoMA nel 1947 e intitolata 'Are Clothes Modern?' per riscrivere una nuova visione concettuale della haute couture. Arte il cui scopo è quello di vestire corpi sempre diversi, dotati di un'identità propria.


Ed è basandosi su questa relazione rimessa al centro da Rudofsky tra abito e abitare, tra moda e architettura, che la stilista, sul palcoscenico dell'Hôtel particulier di Dior in avenue Montaigne, manda in scena una collezione haute couture austera e affascinante, dove a dominare è il non colore per antonomasia, quel nero che seduce, stordisce e ammalia.

Il primo look è quello che ormai è diventato un po' la firma della stilista. La t-shirt con la scritta che invita a riflettere sui temi della società che per l'occasione si trasforma in una lunga tunica in cady bianca. "I vestiti sono moderni?" si chiede stavolta Chiuri, parafrasando Rudofsky e ispirandosi, tra gli altri, alle opere di Penny Slinger, artista femminista autrice della scenografia della sfilata.

Opere in bianco e nero che raccontano la forza alchemica del fuoco, dell'aria e dell'acqua. Elementi che in passerella si traducono in pepli in cady, minidress ricamati, frange intrecciate, cappotti in chevron. C'è il mitico e ormai immancabile tailleur Bar, gli abiti da sera a bustier pennellati di nero e rosso rubino. E ancora ecco sfilare un tripudio di piume, giacche che diventato cappe, trasparenza alternata a opacità. Ai piedi dei sandali-calza rasoterra con piume applicate che sembrano sostenere il peso del mondo. "Potrei scriverci un libro sul nero" sentenziava Monsieur Dior nel suo 'Piccolo dizionario della moda'.

Chiuri, però, sembra andare oltre. Le figure femminili che tratteggia sono moderne cariatidi, sculture che prendono forma in corpi di donne e sostengono l’architettura dei templi antichi o decorano gli edifici parigini e che si rifanno a quelle riprese per le strade di Parigi dalla regista Agnès Varda, nel suo documentario del 1984 'Les Dites Cariatides'.

Il 'peplo', la tunica che indossavano le donne nell’antica Grecia, non ha tagli definiti o costruiti ma si fa guidare dal corpo. A squarciare il velo del nero solo rare esplosioni di colori che ne rivelano tutta la forza, tutta la perfezione: ora l'argento, ora il rubino. Per rispondere al quesito iniziale, si direbbe che sì, gli abiti sono - decisamente - moderni.



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