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Mani Pulite trent'anni dopo: il bilancio di Piercamillo Davigo

14 febbraio 2022 | 16.55
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L'ex pm del pool: "In Italia non c'è più un'etica condivisa; i 'cattivi' non hanno vinto ma rimangono i poteri criminali e le collusioni con la politica e l'economia difficili da affrontare"

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L'ex magistrato Piercamillo Davigo, pm del pool milanese all'epoca di Tangentopoli. (foto Adnkronos)

Mani Pulite iniziò il 17 febbraio del 1992. Trent'anni dopo si tirano le somme. Quale è la lezione di Tangentopoli? "Nel tempo ho compreso che le difficoltà che i miei colleghi e io abbiamo incontrato sono state enormi per una ragione semplice: non si può processare un sistema prima che sia caduto". A rispondere all'Adnkronos è Piercamillo Davigo, all'epoca uno dei pm dell'inchiesta del pool guidato da Francesco Saverio Borrelli che nel 1992 sconvolse l'Italia, il suo sistema politico ed economico.

"All’inizio delle indagini sembrava che i guasti fossero limitati ai partiti politici, neppure tutti, e alle imprese che avevano rapporti esclusivi o prevalenti con la pubblica amministrazione. In seguito tuttavia ci siamo resi conto che il malaffare era dilagato ben oltre questi limiti: le falsità contabili erano diffuse. Oggi l’evasione fiscale riguarda, secondo alcune stime, 12 milioni di persone, cioè un quinto della popolazione italiana".

"Il merito cede il passo a clientele, raccomandazioni e servilismo, sia nel settore pubblico, sia in quello privato. Nella cittadinanza non sembra esservi riprovazione e neppure la consapevolezza che tali comportamenti, oltre a essere illegali, sono dannosi".

'Tra valori predicati e comportamenti praticati differenza abissale'

Lei sta dicendo che non c’è più etica? "Nessun popolo, cioè l’insieme dei cittadini, può vivere se non vi è un’etica condivisa e in Italia non sembra più esserci. Fra i valori predicati e i comportamenti praticati vi è una differenza abissale".

"E anche nel caso in cui si conviene su alcuni principi, come per esempio 'non rubare', scattano poi i distinguo nella sfera pubblica e interviene lo spirito di fazione, così radicato in nel nostro Paese. Si ricorre a un cavilloso richiamo a norme costituzionali anche quando si va in campi diversi da quelli regolamentati dalla Costituzione".

A cosa si riferisce? "Quando a carico di qualcuno emergono indizi di reato, è frequente che costui (e i suoi sostenitori) invochino la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva di condanna (art. 27 della Costituzione), anche al di fuori del processo penale, quando non si discute di diritti dell’imputato, ma di valutazioni di opportunità o di prudenza nella vita sociale".

'I cattivi non hanno vinto, ma rimangono i poteri criminali e le collusioni'

"I cattivi non vincono sempre -sostiene Davigo- La consolazione, per quanto magra, è che neppure loro sono (per ora) riusciti a vincere. Le leggi per farla franca hanno attirato l’attenzione di organismi internazionali e i loro rilievi sono stati un deterrente a continuare su quella strada".

"Numerose leggi sono cadute sotto le pronunzie della Corte costituzionale che ne ha dichiarato l’illegittimità. I tribunali e le corti italiane hanno adottato interpretazioni volte a salvaguardare il sistema legale. Le elezioni hanno messo in evidenza una minore presa dei poteri locali e nazionali sull’elettorato, molto più volatile che in passato, consentendo anche un’alternanza di schieramenti al governo del Paese che è un'esperienza relativamente nuova in Italia".

Rimangono i poteri criminali e le loro collusioni con la politica e l’economia, i più difficili da affrontare. "La magistratura italiana ha fronteggiato varie emergenze come la criminalità organizzata, il terrorismo, la corruzione pervasiva e il degrado ambientale, senza riuscire a eliminarle del tutto. Ma anche senza farsene travolgere".

'Ci vorrà tempo per recuperare il discredito gettato su ordine giudiziario'

Dopo la vicenda Palamara che accade? "Il discredito gettato sull’ordine giudiziario dalle intercettazioni operate nei confronti di Luca Palamara, e ancor più la sua linea difensiva di tentare di accreditare l’idea che i suoi comportamenti fossero condivisi e perpetrati da larga parte della magistratura -cosa non vera- richiederà molto tempo per essere superato".

"Il bilancio complessivo rischia di assomigliare a uno stallo, in cui nessuno dei vari soggetti e dei loro valori riesce a prevalere sugli altri, e ciò è fonte di scoramento".

Lei stesso sta attraversando una vicenda giudiziaria complessa, non ancora chiarita: quella collegata alle dichiarazioni di Pietro Amara sull'esistenza della loggia massonica segreta 'Ungheria' e alla sua iscrizione nel registro degli indagati della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Brescia per rivelazione di segreto d’ufficio. A che punto è? "Attualmente sono in udienza preliminare che dovrebbe concludersi proprio il 17 febbraio con il rinvio a giudizio o con il proscioglimento. Nonostante il tripudio di coloro che pensano che essere indagato mi faccia cambiare idea sull’inefficienza del processo penale italiano, non ho perduto la fiducia nella giustizia e attendo il corso del procedimento". (di Rossella Guadagnini)

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