Moschino, il debutto di Messina e Rizzo: "Lo spirito di Franco ma con un linguaggio diverso"

I due creativi, ex Sunnei, fanno sfilare modelle e modelli insieme alla loro community. Alberta Ferretti: "La moda scende in strada e va controcorrente"

Tre look di Moschino per la primavera-estate 2027 (AdnKronos)
Tre look di Moschino per la primavera-estate 2027 (AdnKronos)
25 settembre 2026 | 20.31
LETTURA: 4 minuti

Ma dove avranno trovato tutta questa gente? Semplice: sono gli amici, la community di Sunnei, il marchio dal quale arrivano i nuovi direttori creativi di Moschino, Loris Messina e Simone Rizzo. Sono circa 450 persone che attraversano la passerella mescolandosi ai modelli, camminando in senso contrario, come se quella non fosse una sfilata ma una strada di Milano. Solo che siamo sul tetto del parcheggio che si affaccia sull’Unipol Dome. Ci sono bambini con i genitori, la ragazza incinta, il ragazzo che passeggia con il cane al guinzaglio, quello con le piante legate alla bicicletta, la ragazza appena uscita dalla palestra con la sacca sportiva. Un fiume di persone che si incrocia con i modelli e rende quasi impossibile capire dove finisca la passerella e dove cominci la vita quotidiana. È il debutto alla guida creativa di Moschino di Messina e Rizzo, senza la classica separazione netta tra chi sfila e chi guarda. "Ci interessava molto creare una sorta di scatola di cui tutti fanno parte: i modelli, noi, voi. Non c’è divisione ma tutti sono un’unica cosa" spiegano i due stilisti nel backstage.

Quelli che hanno percorso la passerella sono "la nostra comunità" precisano. Una comunità costruita attraverso collaborazioni e progetti: "Negli ultimi dieci o undici anni abbiamo sempre usato la parola 'comunità', perché pensiamo che sia una forza. Sono tutte persone con cui abbiamo lavorato e creato qualcosa insieme". Una scelta che cambia anche il modo di intendere Moschino. Il marchio nato nel 1983 con Franco Moschino ha fatto della provocazione, delle t-shirt con slogan e dei riferimenti alla cultura pop uno dei suoi codici più riconoscibili. Ma per Messina e Rizzo oggi il linguaggio deve essere diverso. "Abbiamo studiato molto quel periodo. Pensiamo che negli anni Ottanta fosse qualcosa di speciale, incredibile. Ma oggi, per noi, parlare di cultura è molto diverso - spiegano -. Non abbiamo bisogno di scrivere qualcosa su una t-shirt e basta. Abbiamo un altro linguaggio".

C'è molto poco dello spirito irriverente e giocoso al quale in passato ci avevano abituato i precedessori Jeremy Scott e Adrien Appiolaza e molto della loro personale visione. Anche i vestiti lavorano su più livelli. Ci sono imbottiture che deformano fianchi e fondoschiena, silhouette esasperate, gonne dalla struttura quasi ottocentesca, frange e tocchi di giallo fluo, imbottiture sulle t-shirt maschili che simulano pettorali scolpiti. Un corpo che può essere modificato, gonfiato, trasformato, reso quasi caricaturale. "È una questione di incarnazione, di cosa rappresenta il corpo - spiega il duo creativo -. Il corpo può essere qualsiasi cosa. Può essere modellato come si faceva nell’Ottocento oppure trasformato. Puoi farne ciò che vuoi. E per noi va bene così". Le forme esasperate possono evocare anche la trasformazione del corpo contemporaneo, dalla costruzione artificiale della silhouette alla chirurgia estetica. Ma i due stilisti non vogliono trasformare la collezione in una tesi: "Non vuole essere una critica negativa. È semplicemente una fotografia del presente. Quello che avete visto è il presente. Forse siamo più sarcastici che ironici. A essere sinceri, non sappiamo perché Moschino venga spesso ridotto a uno scherzo. Per noi Moschino è sempre stato qualcosa di estremamente intelligente, più che divertente".

Il gioco, spiegano, rimane in filigrana ma è soltanto il primo di due livelli. "Il primo è quello più immediato: Moschino è pop, colorato, esagerato. Lo guardi e pensi: 'Wow, voglio indossarlo'. È la superficie, fatta di colore, audacia e impatto visivo. Ma poi c’è un secondo livello. C’è un significato, qualcosa che si nasconde dietro". È questa doppia lettura l’idea alla base della collezione. "Non è facile, anzi è piuttosto difficile. Siamo abbastanza darwiniani, in un certo senso - dicono -. Ci piace l’idea che, se cogli il messaggio, lo cogli. Non vogliamo spiegare tutto in maniera didascalica".

Neppure la provocazione deve essere fine a sé stessa. "Noi pensiamo di essere già abbastanza provocatori. Ma non ci interessa la provocazione in sé. È un gioco. Vogliamo che Moschino diventi la parte intelligente, filosofica, e non soltanto quella giocosa della moda. Alberta Ferretti, proprietaria del marchio attraverso il gruppo Aeffe, nel backstage guarda con soddisfazione al debutto e sintetizza così il senso della sfilata: "La moda scende in strada e va controcorrente". È anche il modo con cui Messina e Rizzo scelgono di confrontarsi con l’eredità di Franco Moschino.

Dal fondatore non hanno preso alcun riferimento facile, solo "lo spirito di Franco". E così la prima prova di Messina e Rizzo più che spiegare cosa debba essere Moschino nel 2026 mette in scena un mondo nel quale tutto può convivere: i modelli e la community, la strada e la passerella, il pop e il filosofico. "Non vi daremo mai più un messaggio univoco, perché ce ne sono troppi" assicurano i due. La sfilata, tra l’altro, non viene nemmeno trasmessa in diretta streaming. Una scelta che fa parte del voler costruire prima di tutto un rapporto fisico con le persone presenti. "Vogliamo lavorare su un diverso spirito di aggregazione. Questo è soltanto il punto di partenza". E infatti, assicurano, "da ora in poi succederanno molte cose. Non vogliamo bruciare tutte le cartucce subito. Ma questo è il nostro universo". (di Federica Mochi)

Riproduzione riservata
© Copyright Adnkronos
Tag
Vedi anche


SEGUICI SUI SOCIAL

threads whatsapp linkedin twitter youtube facebook instagram

ora in
Prima pagina
articoli
in Evidenza