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Pci, Lusetti: "Tesserato a 18 anni ma primo presidente Legacoop non passato da partito"

19 gennaio 2021 | 16.58
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Mauro Lusetti, presidente di Legacoop dal 2014, rivendica la sua appartenenza al Pci, fin da quando era diciottenne, tuttavia, tiene a precisare di essere stato eletto alla leadership delle cooperative "rosse" senza 'spinte' politiche. "Mi sono iscritto al Pci che avevo 18 anni, sono stato tesserato fino a novembre dell’89, ovvero fino alla sua scomparsa. Poi non ho più avuto una tessera" afferma Lusetti, intervistato dall'Adnkronos in occasione del Centenario della nascita del Pci che ricorre il prossimo 21 gennaio. "Credo di essere il primo presidente di Legacoop che non è passato dalla Segreteria di un partito, ma che è stato eletto dai cooperatori" sostiene orgoglioso.

Lusetti che è nato e cresciuto professionalmente nel mondo delle cooperative, prima in Legacoop di Modena, poi in Conad fino alla elezione a Legacoop nel 2014, si considera comunque un "testimone del rapporto tra Pci e cooperazione dal 1973 fino all'89. Ho vissuto l'epoca in cui all’interno del movimento cooperativo - racconta - c'erano le cosiddette componenti che rappresentavano l’appartenenza politica dei propri dirigenti e si riconoscevano nella componente socialista, comunista e repubblicana. E poi l’epoca post caduta del Muro, lo scioglimento del Partito e la nascita del nuovo soggetto della Sinistra con le dinamiche di formazione dei gruppi dirigenti all’interno delle cooperative che ne venivano letteralmente sconvolte" aggiunge con spirito critico.

'Dopo Tangentopoli autonomia dalla politica, non oiù appartenenza ma capacità personali'

"Lo sottolineo, non certo con nostalgia ma come elemento su cui riflettere. - osserva Lusetti - Il collateralismo (ovvero la 'cinghia di trasmissione'), che riguardava la Lega delle cooperative ma anche gli altri movimenti delle cooperative, i sindacati e tutte le organizzazioni che avevano un riferimento politico forte o nel partito Comunista o nel Psi e nella Dc, determinava in maniera importante la formazione dei gruppi dirigenti - sostiene - ma dopo Tangentopoli quando i partiti tradizionali si sono sfasciati, il tema dell’autonomia delle organizzazioni dai partiti è balzato alla ribalta".

Dopo aver rivendicato un'autonomia dalla politica però "noi cooperatori abbiamo fatto molta fatica a trovare la nostra dimensione nel momento in cui ci siamo trovati a gestirla giocoforza". Lo scenario infatti cambiò radicalmente con "gruppi dirigenti che improvvisamente dovettero essere eletti dai propri associati, nelle cooperative e nelle associazioni che da quel momento in poi devono passare al vaglio delle rappresentanze delle coop e non dei partiti, e dunque non più per l’appartenenza a un partito ma in base alla capacità e al talento delle persone. Temi che sono diventati prevalenti rispetto all’appartenenza".

'Oggi siamo più liberi, più soli ma più capaci interpretare cambiamenti'

Tutto questo, precisa Lusetti, "senza voler demonizzare l'appartenenza perché ho avuto dei predecessori illustrissimi, che venivano da esperienze diverse: chi dall’ambito istituzionale, chi direttamente dal Partito e pochi dall’esperienza della cooperazione". "Il meccanismo delle 'porte girevoli', ovvero entri nella cooperazione, poi fai un’esperienza nelle istituzioni, nella politica, e poi rientri… questo circo non esiste più. - prosegue il presidente di Legacoop - Noi ci siamo dati regole nei codici etici che sanciscono, anche sul piano organizzativo, l’autonomia. Io penso che questo percorso sia in Confcooperative che in Legacoop abbia consentito di immaginare la costruzione della Alleanza delle cooperative (anche presidente di Alleanza)".

A metà degli anni ‘70 - ricorda il manager - eravamo in una sorta di mondo ‘ordinato’, non lo rimpiango perché c'era il Pci con una sua idea di società e il sindacato che aveva un ruolo, la cooperazione un altro, le organizzazioni professionali un altro ancora. E ti sentivi parte di un disegno più generale che vedeva nel Pci il riferimento sul piano politico e anche istituzionale. Oggi siamo più liberi, più soli ma anche più capaci di interpretare il cambiamento della società senza aspettare che sia qualcun altro a indicarci la via. E quindi è molto meglio rispetto al passato" conclude Lusetti.

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