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Primato cattolici in politica è stato un'eccezione

08 agosto 2021 | 10.53
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Il punto di vista di Marco Follini

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(Pol/Adnkronos)

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"Il mondo cattolico è un infinito ribollire di iniziative, appelli, interrogativi intorno ai destini politici -anche quelli di casa nostra. Ma tutto quel ribollire degli animi si nutre molto più di domande che di risposte. Ci si chiede cosa fare, come formare le coscienze, come organizzare le persone, come far valere i propri princìpi. Salvo poi decidere di fermarsi sulla soglia di un impegno politico comune. Come a dire che quella lunga stagione nella quale i cattolici sono stati protagonisti sulla scena italiana appare oggi quasi più come un’insidia che come una suggestione.

Naturalmente, la dizione di “mondo cattolico” dice troppo e troppo poco al tempo stesso. C’è la Chiesa, con la sua gerarchia, che guarda le cose terrene più da lontano. Ci sono le parrocchie, che vivono la vita delle loro comunità ognuna a modo proprio. Ci sono le associazioni che formano da molti anni un arcipelago frastagliato orgogliosamente privo di una ed una sola identità pubblica. E poi ci sono i partiti, o quel che ne resta, nei quali militano iscritti e dirigenti che si ostinano a cercare percorsi comuni salvo accorgersi che quei percorsi portano quasi sempre in luoghi diversi.

Tutto questo insieme di uomini e di istituti ha vissuto a suo tempo il fiorire della stagione democristiana con un misto di adesione e di spirito critico; e poi la sua fine con un senso di nostalgia e di liberazione. Sentimenti contraddittori che si sono venuti intrecciando con la peculiare storia del cattolicesimo “italiano”, alla guida del Papato per tutti i secoli della modernità e poi chiamato a cedere il passo a pontefici provenienti da altri paesi e altri continenti. Così, la sottolineatura dell’universalismo vaticano ha finito per coincidere con il ripiegamento delle bandiere dello scudo crociato dalla sommità della politica italiana. Inducendo alla fine a considerare quel ripiegamento se non proprio come una benedizione, almeno come il segno di una maggiore libertà da cure e da affanni troppo secolari.

Da ultimo è arrivato, “dalla fine del mondo o quasi”, il Papa argentino. Il quale non ha mai fatto mistero di non provare né una grande nostalgia né una grande curiosità per il tempo in cui il Vaticano faceva del suo meglio per dare un indirizzo alla politica italiana -anche a rischio di impigliarsi un po’ troppo nelle sue controversie. Così, senza quasi mai dire una parola al riguardo, Francesco ha finito per scoraggiare ulteriormente i tentativi di riorganizzare una presenza politica da far fiorire sul terreno non più così rigoglioso della nostra vita repubblicana. Archiviando definitivamente, e in un colpo solo, il “partito romano” in Curia e il partito cristiano nelle urne.

Non è un caso che la storia abbia preso infine questa piega. Il fatto è che la Chiesa del dopoguerra si rispecchiava -con qualche fatica e qualche disagio- nella vastità dell’arcipelago democristiano. Ma quello, appunto, era un arcipelago, se non addirittura un continente. Esteso da un punto all’altro dell’insediamento territoriale dei cattolici dell’epoca. Nella Dc potevano militare pezzi di destra e pezzi di sinistra, la borghesia manageriale e caritatevole e il bracciantato più umile e marginale, i fautori del blocco d’ordine (o quasi) e i cantori della rivoluzione (o quasi). Erano appunto la vastità dell’insediamento democristiano e soprattutto la sua attitudine alla mediazione che consentivano al mondo cattolico di rispecchiarsi in quella sua particolarissima propaggine politica.

Con la fine dell’universalismo democristiano, la Chiesa si è trovata di lì in poi ad essere esposta in prima persona a tutte le controversie che solcavano il suo territorio. E per giunta a venire investita anch’essa dall’impetuosità di quel vento antipolitico che stava cominciando a soffiare. Tanto è bastato per indurre, se non proprio a una ritirata, almeno a una certa ritrosia. Di modo che, se la politica resta pur sempre “la più alta forma di carità” (secondo la celebre definizione di Paolo VI), sui modi di amministrare quella carità viene suggerita ora una prudente, seppure non ingenerosa, circospezione.

In fondo, il primato dei cattolici nella politica italiana è stato pur sempre un’eccezione. E se anche quell’eccezione è stata così importante, così suggestiva, e così significativa, non è affatto detto che possa mai tornare a proporsi come regola". (di Marco Follini)

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