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'La verità su quello che indossi', il lato oscuro della moda

Dal 21 giugno 'The fashion experience' per raccontare gli impatti socio-ambientali della filiera

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'La verità su quello che indossi', il lato oscuro della moda

(Foto 2019 © Claudio Montesano Casillas)

Fenomeno 'fast fashion', ovvero: un’offerta ogni anno sempre più frequente di nuove collezioni di vestiti e accessori, a prezzi ridotti. Veloce e low cost, ma quasi usa e getta: se da una parte negli ultimi 15 anni la produzione globale di capi di abbigliamento è quasi raddoppiata, dall'altra la vita media dei prodotti procede in maniera inversamente proporzionale e si stima che l’utilizzo medio di vestiti e accessori sia diminuito del 36% nel periodo 2000-2015, con i capi più economici che vengono indossati solo 7 o 8 volte prima di essere scartati.


“All’aumentare del volume di produzione e di consumo sono aumentati anche gli enormi impatti di cui questa filiera è responsabile, tanto dal punto di vista ambientale che da quello sociale", spiega Giosuè De Salvo, Responsabile Advocacy, Campagne ed Educazione di Mani Tese, organizzazione non governativa che, per parlare del tema, porta a Milano l’installazione multimediale “The fashion experience - La verità su quello che indossi”, visitabile dal 21 al 30 giugno in Piazza XXIV Maggio.

Gli impatti della filiera denunciati dall'installazione. In media, per produrre un singolo paio di jeans servono 3.800 litri d’acqua, 12 mc di terreno e 18,3 Kw/h di energia elettrica, a fronte di un’emissione di 33,4 kg di CO2 equivalente durante l’intero ciclo di vita del prodotto. Moltiplicate questi dati 3,5 miliardi, tanti sono i jeans prodotti ogni anno in tutto il mondo: 6.650 al minuto, 3.325 ogni 30 secondi.

Impatti anche sociali perché la filiera rappresenta la seconda industria maggiormente esposta al rischio di forme di schiavitù moderna, in particolare di donne e minori. Si stima che in tutto il mondo siano 152 milioni i bambini costretti a lavorare, 73 milioni di questi alle prese con lavori pericolosi. Nell’industria dell’abbigliamento i casi di sfruttamento riguardano tutta la filiera, dalla raccolta nei campi di cotone fino al confezionamento nei laboratori artigianali e nelle grandi fabbriche. I bambini possono lavorare fino a 12 ore al giorno, nella speranza di guadagnare, una volta che saranno adulti, uno stipendio medio che non supera i 200 dollari al mese.

“Nell’ultimo decennio la consapevolezza di questa insostenibilità ha portato allo sviluppo di alcune innovazioni sui processi produttivi – continua De Salvo - in un’ottica prevalentemente di circolarità, di risparmio delle risorse e di estensione del ciclo di vita del prodotto. Occorre però incidere in maniera più rapida e significativa sulle basi stesse del modello di business, in particolare su consumo e produzione eccessivi attraverso un cambiamento sistemico".

L’installazione da una parte punta a sensibilizzare i consumatori, dall'altra a promuovere modelli positivi d’impresa. Anche gli operatori del settore abbigliamento, calzature ed accessori avranno l’opportunità di scoprire le esperienze più innovative e sentirsi motivati ad agire loro stessi il cambiamento necessario a coniugare la redditività con il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente.

I volontari e le volontarie di Mani Tese accompagneranno i visitatori all’interno di una struttura che si snoda in tre differenti ambienti alla scoperta del mondo nascosto che spesso si cela dietro a un paio di jeans o a una maglietta. "The fashion experience" è un’iniziativa co-organizzata con il Comune di Milano e rientra nell’ambito del progetto “New Business 4 Good. Educare, informare e collaborare per un nuovo modo di fare impresa” promosso da Mani Tese in collaborazione con altri partner e cofinanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.



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