Chi ha emozionato e chi ha deluso le aspettative?
Le pagelle della prima serata di Sanremo 2026 sono finalmente qui. Il sipario del Teatro Ariston si è alzato, le prime canzoni in gara sono state svelate e i social sono già in fiamme tra commenti e pronostici. Chi ha emozionato e chi ha deluso le aspettative? Tra sorprese inaspettate, conferme e qualche passo falso, la prima classifica provvisoria inizia a prendere forma. È il momento dei primi giudizi.
L'elettro-pop esplode all'Ariston con un'esibizione ironica, divertente e coreografata. L'operazione, potenzialmente rischiosa, risulta un successo pieno, con l'orchestra che ne amplifica l'energia. Senza dubbio tra le protagoniste di questa edizione.
Bravi canta con la sua solita, impeccabile eleganza, ma il brano è un fantasma melodico, privo di un ritornello a cui aggrapparsi. L'orchestra ricama su un tessuto impalpabile.
Un brano che gioca abilmente sul contrasto: il ritornello, catchy e "acchiappone", fa da veicolo a un testo impegnato e tutt'altro che banale. Una formula pop intelligente che funziona.
Un brano elegante e romantico, pienamente nella tradizione sanremese. La canzone acquista valore grazie al fondamentale supporto dell'orchestra, guadagnandosi una solida sufficienza.
Un brano pop ballereccio ma che non sorprende, dando una forte sensazione di "già sentito". L'arrangiamento orchestrale non aggiunge né toglie nulla a un pezzo divertente ma non stupisce.
Delicata e composta, Arisa mette in scena un racconto intimo. L'orchestra impreziosisce il brano, creando la base perfetta per una voce che sa alternare potenza e fragilità. Finale emozionante.
Atmosfere cupe e occhiali neri per Luché, che porta un brano denso di parole. Il pezzo non trae alcun beneficio dall'arrangiamento orchestrale, risultando poco efficace sul palco dell'Ariston.
Un pezzo di artigianato perfetto. Paradiso cuce una canzone su misura per la sua generazione, con un testo che è un manifesto sentimentale senza una parola fuori posto. L'orchestra è il filo d'oro che impreziosisce un tessuto già pregiato.
La missione è far ballare, e l'armamentario da showgirl c'è tutto: coreografia, piume e attitudine da diva. La canzone, però, anche con l’accompagnamento orchestrale, non lascia il segno.
La penna di Giovanni Caccamo firma un omaggio impeccabile ai 60 anni di carriera dell'artista. Il brano, però, è un'opera da camera che richiede un'atmosfera e un ascolto devoto che i ritmi televisivi del Festival non concedono.
Il ritmo latino con tanto di coreografia è un vestito leggero che all'Ariston, con l'orchestra in smoking, appare fuori luogo. L'intenzione è chiara: diventare un tormentone estivo senza pretese.
Un viaggio nel tempo non del tutto riuscito. Il brano ha il suono, la struttura e l'anima di una canzone di trent'anni fa. L'orchestra prova a dare una spinta in più, ma non è sufficiente a far decollare un brano che non convince fino in fondo.
Lo Zio porta il country all'Ariston con un'esibizione spettacolare: cappello, bastone, violinista, chitarrista e persino cheerleaders tricolori. La performance è acrobatica e divertente, ma l'intera operazione lascia una sensazione di deja-vu.
È impossibile non amare la 'Stupida sfortuna' di Fulminacci. Il suo racconto intelligente delle piccole sventure quotidiane conquista subito, trovando sul palco del Festival la sua dimensione ideale.
La consueta classe di Levante al servizio di un pezzo intenso. È sul palco, con il supporto dell'orchestra, che la canzone trova la sua vera forza.
L'incontro che non ti aspetti funziona e convince. Un duetto emozionante che cresce e acquista potenza con l'orchestra. L'emozione palpabile di Fedez aggiunge un tocco di autenticità che fa la differenza.
Ermal Meta porta una canzone che ha il peso specifico dei grandi brani. Il finale, intimo e suggestivo con voce e oud, è un tocco di classe che emoziona.
Sul palco dell'Ariston si trasforma in una star internazionale. La sua è una ballad potente che esplode grazie a un arrangiamento orchestrale che ne esalta ogni sfumatura. Il risultato è un'esibizione che ammutolisce e commuove.
Il rap puro arriva all'Ariston con un testo denso, ma la canzone non riesce a decollare. Nemmeno l'accompagnamento dell'orchestra riesce a darle slancio, e il ritornello, troppo ripetitivo, finisce per appesantire l'ascolto.
Un ritmo samba e la consueta eleganza di Malika Ayane per una canzone piacevole, ma poco incisiva. Nonostante il pregevole accompagnamento dell'orchestra, il brano scivola via senza lasciare il segno. Sufficiente, ma senza slancio.
Una ballad romantica costruita in modo classico ed efficace: l'intro di chitarra prepara il campo per un ritornello che esplode con la piena forza dell'orchestra. Una performance che lo consacra come il vero underdog di questo Festival.
Divertente, coinvolgente e con una mossa vincente: un accenno di coreografia con le mani nel ritornello. È un brano che sembra nato per spopolare sui social, dove si candida a non avere rivali.
Aggrappato all'asta del microfono e con gli occhi chiusi per concentrarsi su ogni singola parola, Nigiotti dimostra ancora una volta la sua rara capacità di emozionare emozionandosi. Il suo è un brano che cresce notevolmente con l'orchestra e si apprezza sempre di più ascolto dopo ascolto.
La struttura è solida, il ritornello ha la sua presa, ma manca il coraggio di osare e, con esso, la possibilità di lasciare davvero il segno. L'orchestra esegue uno spartito corretto per una canzone che non vuole correre rischi.
Una sorpresa. Con uno stile che ricorda l'Achille Lauro della prima ora, mani in tasca e aria apparentemente svogliata, Chiello conquista il palco. Il suo brano, dal sapore retrò ma con un'anima fresca, viene esaltato dall'orchestra. Il suo racconto arriva forte e chiaro.
Brano radiofonico ma il brano non migliora con la performance live. Accompagnamento orchestrale poco incisivo per una band e l’anima rock un po’ annacquata. Il brano però merita la sufficienza.
Deliziosi e ironici. Lei alla tastiera, lui alla chitarra, portano sul palco una ventata di pop intelligente. Il brano è una piccola lezione su come smontare i luoghi comuni con un sorriso beffardo e un testo brillante. L'orchestrazione, elegante e complice, è al servizio di una canzone che è una vera delizia per orecchie e cervello.
Una canzone a bassa gravità: galleggia nell'aria per tre minuti senza mai atterrare davvero, senza lasciare un'impronta. L'orchestra tenta di darle peso e profondità, ma il brano resta etereo e, in definitiva, impalpabile.
Apprezzabile lo sforzo di contenere i vibrati, ma la canzone non decolla. Si salva solo la coda finale, dove la potenza vocale di Renga viene valorizzata dall'orchestra, ma è troppo poco per un pezzo che complessivamente non convince.
L'algoritmo fatto canzone. Si prendono tutti gli ingredienti pensati per funzionare sui social (chitarra latina, dialetto, una coreografia studiata), ma il risultato è un assemblaggio che non spicca. Un brano che ambisce a diventare un tormentone, ma manca della forza necessaria per riuscirci.