C'è una disparità tecnica, fisica e mentale nella prestazione sul campo che descrive una involuzione difficile da fermare
La Nazionale fuori dai Mondiali, per la terza volta consecutiva. Nessuna squadra italiana nelle semifinali di Champions League, Europa League e Conference League. Soprattutto, una distanza mai registrata prima dal calcio che conta. I fattori che pesano nella crisi del calcio italiano sono diversi e tutti allo stesso modo rilevanti: manca la programmazione, sono mancati e mancano gli investimenti, mancano le infrastrutture, il livello tecnico della Serie A è sceso, abbassando progressivamente il livello della competitività delle squadre italiane in Europa.
Tutto vero e tutto ormai accertato. Sono i risultati del campo a parlare, anche nel raffronto con le serie storiche. Con il Bologna umiliato nei quarti di Europa League dall'Aston Villa e la Fiorentina fuori dai quarti di finale della Conference Legaue per mano del Crystal Palace, si consuma un risultato che non si verificava dalla stagione 2018/19, quando in Champions League il massimo traguardo furono i quarti di finale della Juventus contro l’Ajax e i quarti di finale in Europa League del Napoli (dopo essere stato retrocesso dalla Champions League, come prevedeva il format di allora) contro l'Arsenal. In quella stagione non esisteva ancora la Conference League, che sarebbe stata introdotta a partire dalla stagione 2021/22. A conti fatti, quindi, il risultato di quest'anno è peggiore.
L'ultimo raffronto possibile con una stagione con tre competizioni porta lontanissimo. Per trovare un'altra stagione senza semifinaliste dobbiamo arrivare alla stagione 1986/1987, quasi 40 anni fa. La sintesi più spietata la fa il ranking Uefa, dicendo che non solo abbiamo davanti, con un distacco sempre più evidente Inghilterra, Spagna e Germania ma che anche il Portogallo ha fatto meglio di noi, relegandoci al quinto posto.
Quello che le ultime settimane hanno proposto, però, fotografa uno scenario che va anche oltre i risultati. La distanza che c'è dal calcio degli altri, quello di Bayern Monaco-Real Madrid ma anche quello che ha fatto vedere lo Sporting Lisbona di fronte all'Arsenal, e il nostro calcio è ormai talmente larga da suggerire una conclusione: siamo ormai, tutti, rassegnati e assuefatti alla nostra mediocrità. C'è una disparità tecnica, fisica e mentale nella prestazione sul campo che fa pensare alla differenza che c'è tra il basket dell'Nba e il basket del resto del mondo: due sport diversi, due mondi che non si incontrano.
Si possono mettere sul tavolo, per ogni singola partita, analisi tattiche e recriminazioni tecniche. Ma il dato oggettivo, il comune denominatore di tutta la stagione, è che le squadre italiane non fanno più lo stesso sport delle squadre inglesi (anche quelle di fascia media), tedesche, spagnole, a cui si aggiungono il Paris Saint Germain e anche lo Sporting Lisbona. Loro giocano per prevalere sull'avversario, con uno scontro tattico, fisico e tecnico continuo a tutto campo, noi proviamo a limitare i danni, provando a speculare senza riuscirci. Loro vogliono dimostrarsi più forti di chi hanno di fronte, noi cerchiamo faticosamente di nascondere i nostri limiti. E c'entra poco l'eterno confronto fra 'giochisti' e 'risultatisti', o fra una visione offensiva o difensiva del calcio, è un'evoluzione, la loro, che si contrappone a una involuzione, la nostra. (Di Fabio Insenga)