Donna si lancia dal balcone con i tre figli, Crepet: "Non è gesto d'impeto, ma disagio della solitudine"

Lo psichiatra: "Siamo esseri umani e non macchine, il dolore richiede tempo e presenza per essere gestito e lei era profondamente sola"

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22 aprile 2026 | 12.17
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"Non chiamatelo un semplice gesto d'impeto, perché allora chiunque di noi potrebbe lanciarsi dal balcone stasera stessa, anche io e lei con i nostri figli. Non diciamo fesserie". Così lo psichiatra Paolo Crepet, sentito dall'Adnkronos Salute, interviene sulla tragedia che si è consumata nella notte a Catanzaro. Una donna si è lanciata dal terzo piano di un edificio insieme ai suoi tre figli. Morti sul colpo la donna e due bambini; la terza figlia, di 6 anni, è ricoverata nel reparto di Rianimazione dell'ospedale del capoluogo calabrese in condizioni gravi. Ignote al momento le cause del gesto disperato. La 46enne, secondo la stampa locale, viene descritta dai vicini come "schiva e molto religiosa"; "soffriva di lievi disturbi psichici", ma "nulla che lasciasse presagire un tale epilogo".

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"Dobbiamo smetterla - continua Crepet - anche con la retorica della 'donna molto religiosa': è il segno che non abbiamo capito nulla. Questa madre era semplicemente sola, profondamente sola. Il suo disagio non è stato intercettato da nessuno. Se avesse avuto anche solo un'amica presente, forse quel dolore sarebbe stato colto e lei sarebbe stata aiutata".

Lo psichiatra punta il dito sulla solitudine profonda che spesso si cela dietro l'apparente normalità di chi viene descritto dai vicini come "schivo" o "riservato". Per Crepet il fulcro del problema non è la fede o la condotta morale, ma l'assenza di una rete di supporto reale. L'esperto respinge con forza "le consuete letture superficiali che accompagnano questi eventi. Non se ne può più, ci vuole rispetto per il dolore delle persone che non ci sono più".

Nonostante le cronache locali accennino a "lievi disturbi psichici", Crepet sottolinea che "l'elaborazione di un dolore insopportabile è un processo umano complesso che non può essere liquidato con definizioni sbrigative. Dobbiamo avere il coraggio di dire che oggi la solitudine totale è il vero problema, e non mi riferisco al luogo della tragedia - precisa - perché è un fenomeno che riguarda il Paese intero, tutti sui social e zero relazioni umane". Conclude lo psichiatra: "Io non so se la donna fosse seguita o no, non lo posso sapere, ma dire che era una 'brava donna' non serve a nulla. Serve riconoscere che siamo esseri umani, non macchine, e che il dolore richiede tempo e presenza per essere gestito. Certamente l'elaborazione di un dolore così insopportabile non avviene in poche ore".

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