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La Francia piange Bruno Barbey, l'occhio Magnum sulla storia

CULTURA
La Francia piange Bruno Barbey, l'occhio Magnum sulla storia

(Afp)

Nei suoi scatti aveva immortalato il filosofo esistenzialista Jean-Paul Sartre che arringava gli studenti parigini contestatori del maggio 1968, i massacri dei Khmer rossi in Cambogia, l'avanzata delle truppe americane nella prima Guerra del Golfo, i combattimenti della Guerra dei Sei Giorni tra Israele ed Egitto nel 1967: il mondo della fotografia francese piange la scomparsa di Bruno Barbey, vicepresidente dell'agenzia Magnum Photos per l'Europa nel 1978/1979 e presidente di Magnum International dal 1992 al 1995, avvenuta ieri a Roubaix all'età di 79 anni.


L'annuncio della scomparsa è stato dato dalla stessa Magnum, dove era entrato nel 1966, all'età di 25 anni. "Ex presidente e membro attivo della nostra comunità, Barbey era appassionato di fotografia e non ha mai smesso di scattare foto - ha detto Olivia Arthur, presidente di Magnum Photos in una dichiarazione - Le sue fotografie continuano ad essere celebrate in numerose mostre e libri e il suo lavoro gli è valso un posto nella prestigiosa Accademia delle Belle Arti di Parigi nel 2016. Ricordato dai suoi colleghi come un uomo sofisticato e garbato, era anche generoso e premuroso riguardo alle situazioni che ha fotografato, che andavano dalle guerre globali alle strade del Marocco, il suo paese natale".

La sua visione umanista e la sua corretta inquadratura, il suo classicismo e la sua sensibile spontaneità hanno attraversato la seconda metà del XX secolo. Il maestro del fotogiornalismo francese è stato testimone nei cinque continenti dei principali eventi storici: dalla contestazione giovanile del 1968 con epicentro alla Sorbona di Parigi alla guerra in Nigeria, dalla guerra in Vietnam al colpo di stato in Polonia, Cambogia, con i suoi reportage pubblicati su numerose riviste da "Stern" a "Life", da "Newsweek" a "Paris Match".

Nato nel 1941 in Marocco, figlio di un diplomatico francese, Barbey nel 1958 si trasferì in Francia per studiare al liceo a Parigi; quindi si recò in Svizzera per studiare fotografia all'Università delle arti e dei mestieri della città di Vevey. Sull'onda de "Les Amèricans" di Robert Frank e de "Les Allemands" di René Burri, Barbey realizzò il progetto intitolato "Les Italiens": una raccolta di foto che documentava l'Italia nel periodo che va dal 1961 al 1964, catturando l'animo della nazione italiana in pieno boom economico. Per quel reportage in bianco e nero pubblicato dall'editore Robert Delpire entrò in contatto con Marc Riboud e Henri Cartier-Bresson e nel 1966 fu cooptato in Magnum.

Nel 1968 il 27enne Barbey scelse di testimoniare i tumulti delle rivolte studentesche in quel fatidico 'Maggio Francese': simpatizzò con gli universitari e con le loro cause, si sentì affine a quel tipo di virulenza giovanile che scaturiva non dall'odio, ma dalla voglia bruciante di cambiare le cose, di raddrizzare torti e scongiurare ingiustizie. Da quei momenti nacquero immagini diventate iconiche che raccontavano l'esaltazione e la rabbia, il caos ma anche la grazia di una stagione per molti versi straordinaria e irripetibile. Nelle sue foto c'è la solidarietà, espressa da una catena umana di ragazzi che si passano di mano in mano delle pietre che andranno a rinforzare le barricate; c'è il dolore, che ha il profilo sfocato di un ferito portato via in barella nella notte o il volto contratto e fiero di chi alza il pugno al funerale di un caduto.

Nei primi anni Settanta Barbey viaggiò in India e in Cambogia, in Bangladesh al seguito dei rifugiati e in Iraq, dove seguì la resistenza dei curdi. L'apice della sua carriera venne toccato in Kuwait, durante la Guerra del Golfo (1990-91), dove coprì la piaga ambientale dei roghi dei pozzi di petrolio, incendiati dalle truppe in rotta di Saddam Hussein; un reportage considerato il miglior servizio sul campo di Barbey, che lo descrisse paragonandolo al film "Apocalypse Now". Bruno Barbey è autore di una trentina di libri e ha collaborato con scrittori come Jean-Marie Le Clézio, Tahar Ben Jelloun e Czeslaw Milosz. I suoi scatti fanno parte di collezioni di importanti musei nel mondo. Uno dei suoi ultimi lavori dal titolo "Il colore della Cina" è stato pubblicato nel 2019.



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