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Davide Grassi: "Non vogliamo una lapide, la guerra alla mafia non è finita"

29 agosto 2021 | 10.58
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Il luogo in cui fu ucciso Libero Grassi

"Trent'anni fa, ai funerali di mio padre, feci quel segno di vittoria con la sua bara in spalla, perché consideravo una vittoria il fatto che mio padre non aveva ceduto all'estorsione mafiosa. Non so se oggi lo rifarei, sono molto più vecchio...". Davide Grassi è il figlio di Libero Grassi, l'imprenditore palermitano ucciso dalla mafia il 29 agosto del 1991 in via Vittorio Alfieri, sotto la sua abitazione. Lì dove questa mattina è stata spruzzata una macchia di vernice rosso sangue, dal nipote di Grassi, Alfredo Chiodi, per ricordare l'omicidio. Trent'anni fa, divenne famosa quella fotografia in cui il giovane Davide Grassi fece il segno della vittoria mentre portava la bara in spalla. "Dovevo comunicare alle tante persone presenti un gesto, occorreva un gesto forte", racconta in una intervista all'Adnkronos.

Dopo 30 anni non c'è ancora una lapide sul luogo dell'omicidio di Libero Grassi. Una precisa volontà della famiglia dell'imprenditore che all'epoca venne lasciato solo dalle istituzioni. Da chi avrebbe dovuto proteggerlo, anche dagli industriali che gli voltarono le spalle e che oggi sono invece presenti. Anche oggi la figlia di Grassi, Alice con il figlio Alfredo, ha affisso quel manifesto di carta contenente 26 parole: "Il 29 agosto 1991 è stato assassinato Libero Grassi, imprenditore, uomo coraggioso, ucciso dalla mafia, dall'omertà dell'associazione degli industriali, dall'indifferenza dei partiti, dall'assenza dello Stato".

"E' vero - dice Grassi - non c'è una lapidea per un semplice motivo: Non vogliamo che si 'lapidizzi' l'esperienza di mio padre". E aggiunge: "Ventisei parole sono semplici da leggere, ma sono abbastanza complesse da elaborare. Abbiamo fatto questa scelta perché innanzitutto è legata ai nostri anni giovanili in cui si attaccavano manifesti. Probabilmente, quando tra qualche generazione la mafia e il racket saranno sconfitti, faremo una lapide, perché una lapide si fa per una guerra sconfitta non per una guerra ancora in corso...".

'Mio padre mi ha lasciato una grande eredità morale'

E poi Davide Grassi parla della "eredità morale" che gli ha lasciato il padre Libero. "Lui era molto migliore di me - dice mentre in via Alfieri arrivano le autorità- visse in in un'epoca in cui fare i bravi cittadini aveva una refluenza anche sulla propria vita, erano tempi in cui la vita dava più soddisfazioni". Le indagini dicono che sono ancora tanti gli imprenditori a pagare il pizzo a Palermo. Perché "Gli imprenditori continuano ancora a pagare perché c'è ancora la paura - dice Davide Grassi - non tanto dei mafiosi, ma di essere emarginati dal contesto sociale in cui vivono. E poi c'è il falso mito della convenienza, che è falsissimo". "Se può essere considerata una convenienza nell'immediato, poi si trasforma in una tragedia dopo poche settimane, il dovere accettare rapporti con la criminalità". E sull'abbandono degli industriali di allora: "Confindustria non solo lo abbandonò, ma passò proprio dall'altra parte".

"Mio padre - dice -era veramente coraggioso, è vero, ma anche per avere a che fare con un mafioso ci vuole coraggio... Io non lo avrei". Oggi, dopo 30 anni, Libero Grassi sarebbe vivo, in un contesto sociale diverso? "E' difficile da dire - replica Davide Grassi - se fosse vivo forse non ci sarebbe Addiopizzo...", l'associazione di consumo critico nata per battersi contro le estorsioni.

Appello di Davide Grassi agli imprenditori che ancora pagano il pizzo

Poi, Davide Grassi lancia un appello agli imprenditori che ancora pagano il pizzo: "Quello che ha convinto alcuni è non lasciare questa eredità così pesante ai propri figli, perché tanti commercianti che pagano sono persone oneste, ma dico loro che è inutile lavorare onestamente e lasciargli poi l'eredità di rapporti disgustosi con la mafia...".

Chi era Libero Grassi uomo, padre, marito? "Sicuramente amava noi figli e sua moglie, ma era anche un uomo e faceva tutto quello che deve fare un cittadino". (di Elvira Terranova)

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