Iran, Bini Smaghi: "Italia più esposta a choc energetici, Pil a zero prima di altri. Mercati nervosi"

Intervista all'Adnkronos: "Roma attenta ai conti, non ci sono condizioni per flessibilità Ue"

Lorenzo Bini Smaghi (Fotogramma/Ipa)
Lorenzo Bini Smaghi (Fotogramma/Ipa)
05 aprile 2026 | 18.34
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Italia attenta ai conti pubblici e al Pil: ora i mercati finanziari sono più "nervosi". Così in un’intervista all’Adnkronos Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Société générale, già membro del comitato esecutivo della Bce tra il 2005 e il 2011, mentre gli effetti economici della guerra in Medio Oriente, con le impennate dei prezzi del petrolio, aumentano l'incertezza sulle prospettive di crescita.

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L'impatto del conflitto "sarà maggiore di altri Paesi - spiega - anche perché abbiamo meno spazio di manovra fiscale e un tasso di crescita tendenziale tra i più bassi. Si fa prima ad arrivare a zero crescita da noi”.

Debito e mercati

Economista di formazione Banca d’Italia e con una carriera di alto livello all’estero, Bini Smaghi osserva che "per l’Italia, che ha il debito più alto, contano più i mercati delle regole. In questi mesi lo spread si era ridotto fortemente, fino a 60 punti base, come la Francia. Dall’inizio del conflitto lo spread è invece risalito intorno ai 90 punti. I mercati sono nervosi e sanno bene che non tutti i Paesi hanno lo stesso spazio fiscale per contrastare la crisi. Soprattutto l’Italia che ha un disavanzo superiore al 3% nel 2025 e un debito che non diminuisce".

Inoltre non è prevista al momento nessuna flessibilità Ue sui vincoli di bilancio come già indicato dalla Commissione europea che di fatto ha respinto la richiesta del ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti per una deroga sui conti viste le circostanze eccezionali della guerra. "In questo contesto - rileva Bini Smaghi - le regole del Patto di stabilità possono essere sospese solo in casi eccezionali, di forte recessione, che non è ancora il caso". Inoltre, spiega l'autorevole economista in passato nella rosa dei papabili per la guida del ministero di via XX Settembre, "bisogna spiegare come verrebbe usato l’eventuale maggior indebitamento. Per dare bonus a tutti, come è stato fatto in passato o in modo selettivo e temporaneo". Il rischio, "che già si è verificato in passato, non solo in Italia, è che i bonus vengano mantenuti anche quando la crisi finisce, con effetti di lungo periodo sul debito da cui è poi molto difficile rientrare".

Crescita e dipendenza energetica

Sull'Italia pesano tassi di crescita bassi e margini di manovra esigui, il tutto in questa fase aggravato dalla dipendenza energetica del Paese. “L’Italia – rileva - non ha fatto negli anni recenti gli investimenti in fonti rinnovabili, come altri paesi del Nord Europa e la Spagna. Il Green deal non è stato implementato fino in fondo, perché troppo costoso. Non abbiamo fatto gli investimenti necessari per diversificare le fonti di energia. Il gas russo è stato sostituito con gas algerino o lng importato dal Qatar. Siamo così il Paese che dipende maggiormente dal gas”. Ne consegue che “l’impatto sull’economia italiana sarà maggiore di altri Paesi, anche perché abbiamo meno spazio di manovra fiscale e un tasso di crescita tendenziale tra i più bassi. Si fa prima ad arrivare a zero crescita da noi”, afferma.

Politica monetaria e rischi di inflazione generalizzata

Già membro del comitato esecutivo dell'Eurotower tra il 2005 e il 2011, Bini Smaghi si sofferma sugli scenari della politica monetaria di fronte ai rischi di una spirale inflazionistica per il conflitto. “La risposta di politica monetaria dipende principalmente da due fattori, la durata del conflitto, ossia quando si riaprirà lo stretto di Hormuz - sottolinea - e le altre misure di politica economica, in particolare il sostegno di bilancio. Più dura la crisi e più a lungo rimarranno elevati i prezzi dell’energia, più aumenta la possibilità che questi aumenti si trasmettano agli altri beni e servizi, generalizzando l’inflazione”.

Inoltre “più il bilancio pubblico viene usato per sostenere la domanda e compensare l’aumento delle materie prime, più aumenta la possibilità di incrementi degli altri prezzi”. Questo genererebbe un combinato disposto controproducente: “All’effetto di scarsità di offerta si aggiungerebbe quello di stimolo della domanda”. A quel punto, spiega, “diventerebbe inevitabile per la Bce aumentare i tassi d’interesse per impedire la spirale inflazionista. Ne sapremo di più a giugno, quando capiremo se questi effetti si materializzeranno”. (di Luana Cimino)

 

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