FederlegnoArredo, Feltrin: "Caro energia e troppa burocrazia, il made in Italy rischia di frenare"

Export in calo del 4,5%, energia troppo cara e mercati globali in contrazione, specialmente Usa e Cina. È un momento delicato per il settore del legno-arredo. Secondo il presidente di FederlegnoArredo Claudio Feltrin servono misure urgenti per non perdere un'importante filiera nazionale.

Claudio Feltrin, presidente di FederlegnoArredo - Fotogramma
Claudio Feltrin, presidente di FederlegnoArredo - Fotogramma
28 settembre 2026 | 17.47
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Un calo del 4,5% nei primi sei mesi dell'anno, con picchi negativi a due cifre negli Stati Uniti (-11,3%) e in Cina (-11,7%), oltre al segno meno che contamina tutti i principali sbocchi storici come Germania, Francia e Regno Unito. I numeri che fotografano lo stato di salute del legno-arredo italiano raccontano di una filiera d'eccellenza stretta in una morsa. Le tensioni geopolitiche continuano a chiudere i mercati esteri, mentre il gap energetico penalizza la manifattura nazionale rispetto ai concorrenti europei e globali. Con gli ordini del primo autunno già programmati e una finestra temporale molto ristretta per invertire la rotta prima della chiusura dell'anno, il presidente di FederlegnoArredo (Federazione Italiana delle industrie del legno, del mobile, dell'illuminazione e dell'arredamento), Claudio Feltrin, punta il dito sul differenziale strutturale dei costi dell'energia e sul nodo delle regolamentazioni comunitarie. La richiesta del settore è chiara: difesa del mercato interno, un effettivo calmieramento dei prezzi energetici e una drastica semplificazione burocratica per consentire al made in Italy di continuare a competere ad armi pari sui mercati internazionali.

Come si è comportato l’export fino a questo momento?

“L’export ha mostrato un segno negativo. Il periodo gennaio-giugno ha mostrato una contrazione del 4,5%. Non possiamo dire che sta andando bene. Sta andando preoccupantemente male e questo è dovuto a una situazione geopolitica che si sta aggrovigliando. La nostra filiera ha tempi di consegna che vanno dal mese e mezzo agli oltre due. Gli ordini di settembre e ottobre verranno consegnati entro fine anno, restano pochi mesi per ribaltare il quadro. La situazione internazionale ha un peso determinante sull’intera filiera che esporta per il 38%, l’arredo invece più del 50% di quanto prodotto. Le prime quattro destinazioni dell’export italiano mostrano segno negativo: Stati Uniti -11,3%; Germania -7,8%; Francia -4,6%; Regno Unito -5,3%. La Cina ha fatto registrare -11,7%. Qualche anno fa, le previsioni delle aziende lo davano come mercato del futuro, simile a quello tedesco o americano. Con il post- Covid è cambiato tutto e il loro ruolo si è rovesciato, facendoli diventare fornitori”.

Quanto ha impattato la crisi energetica sul settore? 

“È il principale problema, ma a pesare è soprattutto il forte squilibrio dei prezzi a livello europeo. Gli italiani, si chiedono giustamente perché in Paesi come la Spagna o la Francia l’energia arrivi a costare la metà. La risposta risiede nelle diverse scelte e politiche d’investimento: i francesi hanno puntato sul nucleare, gli spagnoli su un mix fatto di nucleare, eolico e fotovoltaico. Questo crea un differenziale di costo enorme e dimostra quanto la gestione energetica in Europa sia ancora frammentata. A peggiorare la situazione si aggiunge l'esplosione degli utili registrata dalle compagnie petrolifere e dai distributori di idrocarburi: profitti record ottenuti a spese dell'industria manifatturiera. La nostra filiera non fa eccezione. Subisce un impatto fortissimo sia in modo diretto, nei segmenti particolarmente energivori come la produzione di pannelli o vetro per i mobili, sia in modo indiretto. Ogni componente o materiale che acquistiamo incorpora infatti i rincari energetici sostenuti lungo tutta la catena dei fornitori. Alla fine, il conto di questa spirale dei costi ricade interamente sull'intero settore. Sono tutti fattori che penalizzano la filiera”.

Con un costo dell'energia così alto temete un rischio di delocalizzazione o di perdita di competitività del made in Italy?

“Lo scudo del made in Italy sicuramente aiuta ma non è più sufficiente. Per ora non c’è un rischio di delocalizzazione, anche perché non è così facile metterla in pratica. Per un commerciante è più facile importare dall’estero, ma per un produttore non valgono le stesse regole. Da una parte può essere più facile perché si potrebbe trovare manodopera già preparata, dall’altro lato il rischio è trovare in quel paese dei competitor che possono prendere spunto da quello sai fare. È un boomerang a medio termine”.

State presidiando mercati alternativi? 

“Le aziende della nostra filiera hanno sempre presidiato mercati alternativi. Il mercato è ciclico, segue dei picchi. Ci sono momenti in cui certi mercati di riferimento si chiudono e si accelera sulla ricerca di altri sbocchi”.

A quali aree geografiche puntate per mantenere le quote di export?

“L’Europa è il nostro territorio, in 2-3 giorni si riesce a consegnare il materiale. Negli anni ‘90 siamo entrati nel mercato russo. Con la guerra di Crimea prima e poi lo scoppio del conflitto con l’Ucraina, si è azzerato. Ci siamo spostati sul Medio Oriente e la Cina. A livello geopolitico poi cambiano le cose: la Cina inizia a promuovere il consumo interno. I mercati medio orientali andavano molto bene fino allo scoppio della guerra in Iran. Di colpo ti vedi sparire quegli sbocchi creati dopo anni di lavoro. Non puoi improvvisamente sostituirli andando in India, dove già siamo. Ci sono molte problematiche e da sole le aziende non possono pensare di bypassare momenti così duri. L’Europa dovrebbe semplificare le normative e aumentare i controlli di importazione. Bisogna difendere il nostro mercato e i paesi europei”.

Costi energetici in crescita, export e aziende ne risentono. Che cosa serve per riprendersi? 

“L'Europa si è preoccupata di redigere regolamenti e normative che le aziende, volenti o meno, devono rispettare. Non succede altrettanto con le imprese estere, non rispettano questi regolamenti. Su carta, dichiarano di rispettare le regole, ma poi entrano nel mercato con prodotti che, una volta fatti dei test, non le rispettano. Le soluzioni in questo momento non sono facili da individuare e ci vogliono molti soldi per poterle mettere in atto. Le più semplici sono un controllo dell'energia da parte dei governi, così da rendere il costo allineato a quanto pagano americani e cinesi, poi regolamentazioni meno stringenti e ottuse, e un alleggerimento della burocrazia per favorire le aziende europee e favorire il mercato interno. Parliamo di una platea di 450 milioni di persone, il più ricco come diffusione di ricchezza a livello mondiale. Non dovremmo essere così in difficoltà come siamo adesso se le cose fossero state fatte meglio”.

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