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L'ex dc D'Onofrio: "Draghi ottimo al Colle, incubo proroga senza accordo"

12 dicembre 2021 | 15.37
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"Io non ho mai partecipato alle elezioni per il Quirinale". Dice la verità, Francesco D'Onofrio, classe '39, volto storico della democrazia cristiana, sottosegretario a Palazzo Chigi con Andreotti dal '91 al '92, poi ministro Udc all'istruzione con Berlusconi ("non volli andare al Viminale, nel '94, meglio che toccò a Maroni"). Non si presta al totonomi per il Colle, tranne il fatto di dire che "Draghi sarebbe ottimo da capo dello Stato", per poi mettere in guardia, parlando con l'Adnkronos, dallo "scenario aberrante di una prorogatio dei poteri per inerzia della politica, se non si troverà la chiave per eleggere il successore di Mattarella".

D'Onofrio, a lungo in Parlamento, da senatore e poi da deputato, si trovò belli e fatti i presidenti della Repubblica, negli anni di Montecitorio e Palazzo Madama. Ma sul prossimo giro di Colle, mentre legge i giornali in un Senato quasi deserto, dopo un pranzo veloce in buvette, non nasconde né idee, né la curiosità di sapere come andrà a finire "perché siamo di fronte a qualcosa di nuovo: potrebbe pure succedere, come dice qualcuno, che al primo scrutinio nessun nome venga avanzato, e come prevede la Costituzione si arriva a uno stallo tale da dover lasciare le cose come sono, con Draghi che resta premier e Mattarella al Colle".

"Si arriverebbe alla proroga dei due. Scenario incredibile e impressionante", dice quasi affascinato l'ex sottosegretario del settimo governo Andreotti. "Ci sono contingenze casuali nell'elezioni del capo dello Stato", sottolinea poi il professore emerito di Diritto pubblico della Sapienza. "Ma quando c'erano i partiti, durante la prima repubblica, il capo dello Stato era quasi marginale, contavano i partiti, ora voglio capire che succede appena il parlamento vota, se non vota nessuno il problema è molto serio" perché "senza il tandem di partenza, è tutta un'altra cosa", dice ancora riferendosi a un possibile accordo politico sul doppi binario Chigi-Quirinale. "Amato, Casini, Cartabia, Berlusconi, sono tutti nomi importanti, ma ormai siamo in una realtà nuova, fino a Napolitano c'erano i partiti che organizzavano le elezioni, ora non è più così".

'Sarei contento per Casini o Berlusconi al Colle'

"Innanzi tutto bisogna vedere cosa succederà alla prima votazione, l'ipotesi della proroga ei poteri in carica, come fatto costituzionale sarebbe davvero una grande novità, ma ora è possibile davvero tutto", insiste D'Onofrio. "Casini è un amico, sarei contento, anche per Berlusconi sarei molto contento, vedo ragioni sbandierate contro di lui in modo selvaggio, certo è chiaro che sarebbe un candidato di una parte che è maggioranza, ma anche Mattarella è stato eletto con la maggioranza semplice dei voti", ricorda il professore.

Adesso il ragionamento è dedicato al dato anagrafico del presidente. "Secondo me l'età conta, la Costituzione lo prevede giovane il capo dello Stato, che abbia almeno 50 anni, cioè descrive un profilo di una persona nella piena funzionalità, credo che anche Mattarella da giurista e costituzionalista, guardi a questo dato, lui certo è pienamente operativo, adesso, ma il mandato dura sette anni e lo porterebbe avanti con l'età". Un discorso, quello anagrafico che vale "anche per Berlusconi, per Amato e per altri avanti con gli anni".

Poi c'è spazio per ricordare i presidenti degli anni trascorsi. Su Francesco Cossiga racconta come "con monsignor Vincenzo Paglia, allora sacerdote a Santa Maria in Trastevere, ci riunivamo dopo la messa a discutere di teologia, assieme a Enzo Carra. Fu proprio Paglia a chiedere a Berlusconi di farmi ministro", rivela D'Onofrio. "Da lui - dice riferendosi al presidente sardo - quando si dimisero i cinque ministri della sinistra Dc" nel luglio del '90 "tra cui proprio Sergio Mattarella, i democristiani, a cominciare da De Mita, che aveva fatto tanto per eleggerlo, si aspettavano che sciogliesse le Camere, ma Cossiga decise di andare avanti, dando l'interim a Andreotti su tutto, da quel momento ci fu una rottura totale, iniziarono le esternazioni del picconatore, che prima era stato un presidente 'normale'" "Lui - ricorda - ebbe prima di tutti la grande intuizione che stava finendo la prima Repubblica".

'Ciampi rivalutò il tricolore' - 'autorevolezza italiana nel mondo garantita da Draghi'

D'Onofrio ricorda la presidenza mancata di Aldo Moro, nel 1971: "Era però un leader politico, sarebbe stato il giusto approccio personale per un capo politico, ma non era come Pertini, come Gronchi, come Cossiga, una figura unitaria". "Leone non lo conoscevo personalmente, ma capisco la logica del penalista napoletano che va al Quirinale, lo presero in giro in modo ingiusto", dice del sesto presidente costretto alle dimissioni.

"Ciampi invece rivalutò il tricolore, lui era appassionato dell'unità nazionale", dice del presidente livornese. "Scalfaro poi veniva dal mondo cattolico conservatore, quando Cossiga da presidente fa il discorso sulle riforme costituzionali, lui era presidente della Camera, e si arrabbiò parecchio per questo messaggio anomalo del capo dello Stato, non voleva un dibattito a Montecitorio, criticava Cossiga dicendo 'ma questo chi si crede di essere?'".

Si torna all'attualità, al rebus di oggi: "Draghi al Colle sarebbe ottimo, lui viene da Bankitalia, poi è stato capo della Bianca centrale europea, quindi è naturalmente portato alla ricerca del punto di intesa, è un europeista convinto, ma che succede al governo se lui va al Quirinale?", si domanda D'Onofrio.

'Snodo decisivo sarà il primo voto per il Quirinale'

"Si arriverebbe, come dice Giorgetti al semipresidenzialismo di fatto? Se avviene questo farebbe il presidente della Repubblica e dovrebbe occuparsi del governo, uno scenario su cui riflette anche il Financial Time". Per D'Onofrio "l'autorevolezza italiana è data dal governo Draghi più di quanto non sembri, il Quirinale non è mai stato al centro delle trame europee, quindi lui al Colle sarebbe sempre al governo, sotto mentite spoglie. E su questo non credo però possa esserci un accordo politico".

"Allora - spiega l'ex notabile democristiano - l'ipotesi aberrante di una prorogatio, non sarebbe la conseguenza di un accordo politico, ma il frutto dell'immobilismo, del non sapere che fare". "Lo snodo decisivo sarà il primo voto, se non è larghissimo per Draghi e lui non lo accetta con un altro governo 'pronto' allora si può parlare degli altri nomi, della Cartabia, di Amato e anche di Casini, che se poi fosse lui il presidente eletto sarebbe clamoroso, l'Udc avrebbe uno di noi al Colle, uno sindaco, cioé Mastella a Benevento, e io emerito all'Università della Sapienza".

(di Francesco Saita)

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