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Libia, condannato a morte il figlio di Gheddafi Saif al-Islam

28 luglio 2015 | 11.06
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Nella foto Saif al-Islam Gheddafi

Un tribunale libico ha condannato a morte Saif al-Islam Gheddafi, figlio di Muammar Gheddafi. Lo riferisce l'agenzia di stampa libica Lana.

La Corte penale internazionale (Cpi) però "continua a chiedere l'arresto ed il trasferimento" all'Aja di Saif al-Islam, sulla base dell'ordine di cattura emesso nei suoi confronti "per crimini contro l'umanita", e le autorità libiche "hanno un chiaro obbligo legale di farlo". Così, in una dichiarazione all'Adnkronos, la Cpi commenta la condanna capitale decisa nei confronti del figlio di Muammar Gheddafi, detenuto dalle milizie di Zintan.

"Il mancato rispetto da parte del governo libico" della richiesta di consegnare Saif Al‑Islam Gaddafi "alla custodia della Corte è stato segnalato anche dai giudici della Cpi al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite perché prenda le misure opportune per assicurare la cooperazione". "E' importante notare - conclude il Tribunale con sede all'Aja - che la Cpi non impone la pena di morte, come previsto dalla Statuto di Roma", atto di nascita della Corte.

Saif al-Islam è stato condannato in contumacia da un tribunale di Tripoli in un processo che vede imputati anche altri esponenti del regime di Gheddafi, catturato al culmine della rivolta del 2011 e morto nell'ottobre di quell'anno. Saif al-Islam, secondo l'agenzia di stampa libica, è stato condannato con l'accusa di "genocidio".

Con la stessa accusa sono stati condannati a morte anche l'ex numero uno dell'intelligence del regime libico Abdullah Senussi e l'ex premier Baghdadi al-Mahmoudi. Le accuse si riferiscono al 2011, all'epoca della rivolta contro il regime.

Il processo, che vede sul banco degli imputati 37 persone, si è aperto nell'aprile 2014, prima che il caos travolgesse la Libia, ora spaccata con due governi e due parlamenti, uno a Tripoli e un altro a Tobruk, riconosciuto dalla comunità internazionale.

Saif al-Islam è stato catturato nel novembre 2011 e da allora è trattenuto da un gruppo di miliziani di Zintan, nel nordovest della Libia, che non riconoscono il governo di Tripoli. All'inizio del processo Saif al-Islam partecipava alle udienze in collegamento video, poi non è più apparso. I miliziani si sono sempre rifiutati di consegnarlo alle autorità di Tripoli, pur avendo accettato lo scorso anno l'apertura nella capitale del processo a carico del figlio di Gheddafi.

Il processo si è concluso con la condanna a morte per un totale di nove imputati, mentre altri otto sono stati condannati all'ergastolo. Sette imputati dovranno scontare 12 anni di carcere. Altri quattro sono stati condannati a dieci anni di prigione e altrettanti sono stati assolti. Non sono state ancora rese note le sentenze emesse per gli altri cinque imputati.

Ambasciata libica in Vaticano: "Sentenza inaccettabile" - Una condanna emessa "sotto la minaccia delle armi" e quindi una sentenza "inaccettabile nella situazione attuale della Libia". E' il commento di Mustafa Ali Rugibani, incaricato d'affari dell'ambasciata di Libia presso la Santa Sede. "Sono condanne emesse in assenza di uno stato legittimo e sotto la minaccia delle armi, quindi non sono accettabili e bisogna ricorrere in appello, in modo che il processo possa svolgersi sotto il nuovo governo legittimo che garantirà diritto e sicurezza", afferma Rugibani. "E' un'opinione personale - conclude - questa sentenza è inaccettabile nella situazione attuale della Libia".

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