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Lo storico Alegi: "Trauma rivolta e militari al Congresso, ma Georgia prova che il sistema tiene"

14 gennaio 2021 | 17.09
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Il docente di Storia dell'America sottolinea che "Biden finora è stato in abile equilibro, ma da presidente dovrà prendere la difficile decisione su inchiesta penale Trump"

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(Afp)
(Adnkronos)

"Sono immagini traumatiche così come la contromisura della Guardia Nazionale che presidia in tuta mimetica ed in armi, dorme per terra, è inquietante". Così Gregrory Alegi, docente di Storia delle Americhe al Dipartimento di Scienze Politiche dell'Università Luiss di Roma, commenta con l'Adnkronos la drammatica evoluzione a Washington dall'assalto al Congresso ad una Camera blindata e presidiata da militari armati che vota il secondo impeachment di Donald Trump.

Ma lo storico sottolinea anche come nelle stesse ore in cui il 6 gennaio facevano il giro del mondo le immagini dell'assalto al Congresso, dalla Georgia arrivava "la notizia positiva del regolare svolgimento delle elezioni", un "sintomo positivo" che potrebbe fare da antidoto ai timori di una deriva versa una sorta di nuova guerra civile nel Paese.

"Il primo tweet che ho fatto quando guardavo in diretta come tutti sulla Cnn questa cosa è stato, 'se Tocqueville fosse a Washington, scriverebbe: La fine della democrazia in America' - racconta Alegi - ma andando poi a vedere la notizia positiva sono le elezioni in Georgia, non dal punto di vista partitico perché mi piaccia o meno chi ha vinto, ma perché in un clima così teso fino alla violenza, si sono svolte in modo ordinato, senza aggressioni, sono state certificate, i concorrenti repubblicani dopo un minimo di opposizione hanno accettato i risultati, questo fa ben sperare".

"Il fatto che si riesca a votare in maniera regolare in un momento di tanta crisi - continua la storico - è un fatto positivo per chi non è pronto né desideroso di buttare a mare 250 anni di esperienza democratica repubblicana, il fatto che il sistema con tutte le sue tensioni, difficoltà ancora possa funzionare e reggere ce lo dice la Georgia". Piuttosto in questi "sintomi positivi" si può scorgere un ulteriore elemento che forse avrebbe dovuto indurre ad una maggiore cautela sull'impeachment "perché si rischia in una situazione che è ancora in equilibrio di spingerla verso lo squilibrio sbagliato".

Ricordando che la messa in stato d'accusa del presidente è "sempre un fatto politico e non penale", Alegi infatti sostiene che "è tutto da verificare il calcolo politico" del procedimento attuato dai democratici di cui si capisce comunque la "dimensione emotiva: quelle scene che abbiamo visto e la loro correlazione non solo temporale con quello che Trump aveva detto".

E' infatti difficile immaginare che in Senato si arrivi ai due terzi necessari per la condanna e la conseguente interdizione alle cariche elettive, di Trump perché è "altamente improbabile" che 16 senatori repubblicani, circa uno su tre, prendano la decisione politica di "che non gli conviene essere associato al marchio Trump". "Siamo sicuri che con questa aleatorietà del risultato non si finisca per ottenere un risultato contrario?", si domanda indicando il rischio di ridare fiato ad un Trump 'martire'.

Senza contare poi "il problema aperto, perché giuristi sono divisi sulla possibilità di processare un pubblico ufficiale dopo che è finito il mandato, ci sono due precedenti storici, il più recente è quello di un ministro sotto la presidenza Grant nel 1876". Quindi non si può escludere anche il fatto che Trump possa ricorrere alla Corte Suprema per contestare la legittimità del processo che dovrebbe avvenire dopo la fine del suo mandato il 20 gennaio.

E questa data fa entrare in gioco l'altro protagonista di questa delicatissima stagione politica americana, il presidente eletto Joe Biden che finora "è stato fin troppo abile, i suoi discorsi, i suoi interventi sono veramente di grandissimo equilibrio, difficile immaginare un leader il cui avversario ha messo in dubbio in ogni modo la legittimità delle elezioni riesca a controllare le emozioni e toni in questo modo".

"Dal 20 gennaio però questa scelta non l'avrà più, sarà il presidente e dovrà prendere delle decisioni, tra queste una delle più importanti e difficili quella se incoraggiare il dipartimento della Giustizia a svolgere indagini penali - spiega Alegi - l'uso personalistico delle indagini contro l'avversario politico è una delle cose che sono state rimproverate a Trump. Se si vuole rasserenare gli animi, cercare di superare la frattura del Paese partire con un'indagine penale ai danni dell'avversario sconfitto saprebbe di vendetta,d'altra parte non farlo darebbe un messaggio di impunità".

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