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Animali: Lymbery (Ciwf) contro allevamento intensivo, no a Farmageddon

03 dicembre 2014 | 15.48
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Il Ceo di Compassion in World Farming (Ciwf) all'Adnkronos: "L'allevamento intensivo è nocivo per gli animali allevati, dannoso per la salute umana e l'ambiente". Su Expo 2015: ecco cosa possiamo fare per 'Nutrire il pianeta'

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"L'allevamento intensivo è nocivo per gli animali, dannoso per la salute umana e l'ambiente" e contribuisce allo spreco di cibo. Così Philip Lymbery, Ceo di Compassion in World Farming (Ciwf), organizzazione internazionale per il benessere degli animali da allevamento, in una intervista all'Adnkronos.

Le "conseguenze principali dell'allevamento industriale (definito dal termine inglese 'factory farming', ndr)", avverte Lymbery che ha scritto insieme alla giornalista del Sunday Times Isabel Oakeshott il libro denuncia 'Farmageddon: The True Cost of Cheap Meat' (Bloomsbury, 2014), sono la "resistenza agli antibiotici, carne di cattiva qualità e, naturalmente, animali tenuti in condizioni terribili".

"Gli allevamenti intensivi di fatto diffondono le malattie. Quando gli agenti patogeni, sia batteri che virus, possono trovare una scorta infinita di ospiti da infettare tra gli animali che vivono in ambienti ristretti, non muoiono", avverte. Non solo. "I virus possono mutare mentre infettano una sequenza di animali, diventando più aggressivi e sviluppando potenzialmente la capacità di infettare persone e di essere trasmissibili tra esseri umani", spiega.

In questo contesto "gli antibiotici vengono utilizzati per 'puntellare' un sistema intrinsecamente malato".

Poi c'è il problema della qualità del cibo. Secondo Lymbery, "l'intensificazione dell'allevamento ha distrutto la qualità nutrizionale degli alimenti. La carne prodotta contiene più grassi saturi e bassi livelli di omega 3, contribuendo all'epidemia di obesità".

L'allevamento 'industriale', osserva ancora, "ha messo gli animali in concorrenza diretta con la gente per il cibo". Da sottolineare che "un terzo del raccolto di cereali del mondo è destinato agli animali da allevamento intensivo - spiega Lymbery che ha compiuto un viaggio-inchiesta di tre anni in continenti e Paesi diversi -. Se invece andasse direttamente agli esseri umani, potrebbe alimentare circa 3 miliardi di persone. In Argentina, ho avuto un assaggio di come il 90% della produzione mondiale di soia sia destinata ad alimentare industrialmente gli animali. Come ho visto anche in Perù, l'apparentemente insaziabile fame degli allevamenti industriali si estende al saccheggio degli oceani così da nutrire pollame, suini e pesci di allevamento".

Lymbery 'misura' l'entità dello spreco. "Per 6 kg di proteine vegetali, come i cereali che alimentano il bestiame, solo 1 kg di proteine animali in media torna indietro sotto forma di carne o altri prodotti di origine animale destinati agli esseri umani". Quindi gli "allevamenti intensivi sono fabbriche di cibo in senso inverso: lo sprecano, non lo producono e sprecano prezioso terreno agricolo nel processo".

Ma c'è un modello alternativo possibile? "Naturalmente - prosegue -. Una riduzione del consumo umano di carne, accoppiata allo spostamento dell'allevamento verso il pascolo, potrebbe fare una grande differenza". Nella visione di Lymbery "gli animali potrebbero trasformare cose che le persone non mangiano, né mai lo faranno, in qualcosa di adatto al consumo umano. Per esempio mucche e pecore trasformeranno l'erba, spesso cresciuta su terreni che non possono essere utilizzati per altro, in carne e latte. I polli cercheranno pascoli, boschi e frutteti per il cibo, producendo così carne e uova. E, insieme ai maiali, ricicleranno rifiuti alimentari con grande entusiasmo".

Un altro problema da affrontare è, secondo il Ceo di Ciwf, la riduzione dei rifiuti alimentari". Le soluzioni proposte sono: "Nutrire suini e pollame con cibo di scarto e incoraggiare il foraggiamento; investire nella riduzione dei rifiuti; evitare il consumo eccessivo di carne; produrre cibo da aziende miste di colture e animali per migliorare la sostenibilità del terreno".

"Come società globale - osserva - stiamo sprecando la metà di tutto il cibo che produciamo, dando da mangiare agli animali d'allevamento, gettando via il cibo, o lasciandolo marcire". "Con la prospettiva di altri 2 miliardi di persone da sfamare nel 2050, il nostro sistema alimentare deve diventare più efficace del 70-100%", rimarca.

Cosa si può fare per cambiare questo approccio? "Credo nel potere dei consumatori, ed ecco cosa si può fare, quello che tutti possiamo fare: il consumismo compassionevole è un modo per scegliere il cibo e salvare il mondo dal 'Farmageddon' - avverte -. Vorrei consigliare l'acquisto di latte e carni generati dal pascolo. Fintanto che acquistiamo prodotti da animali allevati a terra (ruspanti, biologici), favoriamo i produttori locali o i rivenditori di cui ci fidiamo, mangiamo ciò che compriamo e quindi riduciamo lo spreco di cibo ed evitiamo l'eccesso di consumo di carne, possiamo riempire i nostri piatti in modo da rispettare la natura, la nostra salute e il benessere degli animali. Ognuno di noi ha la possibilità di cambiare il mondo tre volte al giorno, scegliendo cibo da allevamenti al pascolo, all'aperto o alimenti biologici".

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