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Mafia Capitale, la parola alla difesa

17 ottobre 2019 | 13.50
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Il legale di Buzzi: "Non è mafia, è il malcostume di questo Paese". L'avvocato di Carminati: "No a giurisprudenza creativa"

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Nella foto l'avvocato Alessandro Diddi, legale di Salvatore Buzzi (Fotogramma)

Secondo giorno di udienza in Cassazione per il processo 'Mafia Capitale'. Dopo la requisitoria dei tre sostituti procuratori generali Luigi Birritteri, Luigi Orsi e Mariella De Masellis, terminata con la richiesta di conferma delle condanne dell'Appello, oggi la parola passa alle difese dei ricorrenti. Al vaglio dei Supremi giudici la posizione di 32 imputati, tra i quali 17 condannati in Appello a vario titolo per reati di mafia. Gli ermellini dovranno valutare se l'organizzazione criminale, che aveva i suoi punti di riferimento in Massimo Carminati e Salvatore Buzzi e controllava affari e appalti a Roma, abbia operato con metodo mafioso e rientri nel 416 bis. Per la Procura Generale della Cassazione, quell'organizzazione "ha tutte le caratteristiche dell'associazione mafiosa, così come nel paradigma del 416bis". Solo due le posizioni da rivedere rispetto alla sentenza di secondo grado che ha riconosciuto l'associazione mafiosa: è da riqualificare, secondo l'accusa, il ruolo dell'ex ad di Ama Franco Panzironi (in appello 8 anni e 4 mesi), non come concorrente esterno ma come partecipe del sodalizio. I pg della Cassazione hanno inoltre chiesto l'annullamento con rinvio per Roberto Lacopo, titolare della pompa di benzina di corso Francia ritenuta la base logistica del sodalizio, già condannato a 8 anni.

LA DIFESA DI BUZZI - "Non è mafia, ma è il modello che ci governa ovunque, è il malcostume di questo Paese". E' quanto ha detto l'avvocato Alessandro Diddi, legale di Salvatore Buzzi, nel corso dell'arringa difensiva del processo 'Mafia Capitale' in Cassazione. "Ho cercato di dimostrare - ha spiegato il legale - che sono fenomeni comuni che pervadono talmente il nostro Paese che se non sono mafia da altre parti non lo possono essere nemmeno in questo caso". "Ci dobbiamo dare una regola sul 416 bis, molti di noi hanno sollecitato un intervento delle sezioni unite", ha detto Diddi chiedendosi se "uno può prendere 18 anni su una regola che non si capisce più qual è".

"Spiegare cosa è oggi la mafia non è una cosa facile, soprattutto, quando ci si allontana dalla matrice sociologico-ambientale", ha continuato l'avvocato. Il difensore del ras cooperative ha poi spiegato che "non c'è mai stato un caso nel quale Buzzi sia andato da un pubblico ufficiale per dire 'vuoi soldi?' Sono sempre loro che si rivolgono a Buzzi".

"Buzzi e Carminati hanno collaborato solo per quattro affari, rispetto ai quali non ci sono contestazioni perché sono leciti". "Non è vero che visto che a Corso Francia c'era un gruppo che faceva estorsioni e recupero crediti allora di conseguenza c'era un'associazione, parliamo di 4 fattarelli di estorsioni e recupero crediti". Tra i due gruppi quindi, "non c'è stata fusione", ha aggiunto il legale sottolineando che per confermare la mafiosità ci vuole "un'identità di struttura". "Un affare in comune del gruppo di Corso Francia con quelli di via Pomona lo avete trovato? No, non c'è un solo affare in comune", ha detto spiegando che "Carminati quelli di Corso Francia a via Pomona non li faceva proprio entrare". "Su 19mila intercettazioni telefoniche la Corte d'Appello non è stata in grado di trovare" qualcosa che dimostri la fusione, aggiunge. "La Cassazione ha sempre detto che la forza intimidatrice deve essere espressa" e da parte di Buzzi non c'è mai stata intimidazione. "Perché ci sia il 416 bis occorre un'attività esterna ovvero che ci sia percezione che quello è un gruppo che sprigiona violenza", ha detto. "Quindi io devo raggiungere degli obiettivi avvalendomi della forza di intimidazione", conclude Diddi sottolineando che però "la presenza di Carminati nella cooperativa non ha portato nessuna violenza".

LEGALE DI CARMINATI- "Faccio un appello alla Corte affinché non faccia giurisprudenza creativa". Lo ha detto al termine dell'arringa in Cassazione l'avvocato Cesare Placanica, difensore dell'ex Nar Massimo Carminati, condannato in Appello a 18 anni e 4 mesi nel processo Mafia Capitale."La sentenza di Appello - ha sottolineato - ha fatto un errore mortale perché si è adagiata sul provvedimento cautelare. La mafia non paga. Qui parliamo di corruzione".

Un altro difensore, l'avvocato Francesco Tagliaferri ha detto che "la fama criminale si riferisce sempre a Massimo Carminati mai a nessun altro quindi a una persona fisica" ma "nell'associazione mafiosa la forza di intimidazione non risale al singolo bensì al vincolo associativo e invece questo non accade". Il legale ha poi sottolineato, che "l'omertà deve essere sia interna che esterna" e che gli "atti di intimidazione mancano totalmente". "Per questo credo che la sentenza d'Appello debba essere annullata".

DIFESA GRAMAZIO E GAGLIANONE - La sentenza della Corte d'Appello è "sciatta e frettolosa. Si è fondata sul pregiudizio, va annullata e restituita ai giudici. E intrisa di contraddizioni e di invenzioni" ha detto poi l'avvocato Valerio Spigarelli, difensore dell'ex consigliere comunale e regionale del Pdl Luca Gramazio e dell'imprenditore edile Agostino Gaglianone, nella sua arringa difensiva. L'avvocato ha sottolineato che ci sono stati "travisamenti probatori" portando come esempio il fatto che non c'è "nessuna voce del processo che dica che Agostino Gaglianone abbia mai fatto benzina lì a Corso Francia".

"Questa è un'invenzione probatoria", ha detto. Rispetto a Gramazio, Spigarelli ha sottolineato che "non sono riusciti a dimostrare che abbia preso un solo euro". "Se è vero che questa è una neoformazione che utilizza strumenti totalmente diversi rispetto alle mafie storiche deve essere provato un capitale", ha aggiunto l'avvocato, e "ci deve essere un'accumulazione di riserva di violenza" e "una struttura organizzativa che conquista un territorio. Non basta un violento Carminati o un violento Brugia". "Non è possibile dire che esiste una mafia di tre persone - ha sottolineato - è un ossimoro". Il metodo mafioso, ha precisato Spigarelli, va dimostrato con un 'prima' e un 'dopo'. Se è vero che la data di nascita di mafia capitale è il settembre 2011, come è possibile che i fatti si siano verificati dopo?". Luca Gramazio è stato condannato in Appello a 8 anni e 8 mesi ed è accusato di 416 bis, corruzione e turbativa d'asta mentre Agostino Gaglianone ha avuto una condanna di 4 anni e 10 mesi.

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