Alla sua prima vera sfilata per il marchio del gruppo Kering, lo stilista georgiano archivia le silhouette maxi per sensualità e desiderio: "La nuova Gucci va avanti". E in passerella torna Kate Mote
Chi si aspettava silhouette oversize per la prima sfilata di Demna da Gucci resterà probabilmente deluso. Ma non sorpreso. Lo stilista lo aveva già chiarito prima dell’ormai famosa preview de La Famiglia: l’oversize è morto. E in passerella, infatti, il corpo, esile o muscoloso che sia, torna protagonista, fasciato, esposto, spiato attraverso spacchi e cut-out. Top attillatissimi, anche maschili, pantaloni skinny a vita bassa, miniabiti foulard disegnano una sensualità diretta, quasi voyeuristica. L’apertura è affidata a un minidress senza cuciture in tessuto da calzetteria, al quale seguiranno leggings-pantalone, tracksuit, bubble blouson, bomber e shearling intarsiati e la prima sneaker di Demna, ‘Manhattan’.
È un ritorno al fisico, all’attrazione e al desiderio. In piena Gucciness. E anche alla teatralità dei gesti: modelli che si tirano su i pantaloni a metà passerella per coprire le mutande loggate, che masticano chewing gum, infilano le mani in tasca, portano la borsetta al gomito con il braccio piegato, si passano le dita tra i capelli. Un’attitudine più che una posa, e un linguaggio corporeo che racconta una generazione e una precisa idea di coolness.
Di citazioni al passato di Gucci ce ne sono parecchie, tra cui il ritorno in passerella delle super top. Ci sono Karlie Kloss e Mariacarla Boscono ma soprattutto c’è lei: Kate Moss. La modella britannica chiude lo show indossando un abito leggendario: una creazione ricoperta di microcristalli, schiena nuda, impreziosita dal celebre G-string disegnato da Tom Ford nel 1997, con un perizoma in oro bianco, tempestato di dieci carati di diamanti. Un omaggio esplicito a una delle stagioni più iconiche della maison fiorentina, riletto in chiave contemporanea.
La presenza di Moss suggella il senso dell’operazione, senza nostalgia ma nel segno della continuità. Un tributo ai codici storici di Gucci, senza rinunciare alla visione personale di Demna: c’è l’It-girl, il ragazzo con il marsupio a tracolla, la socialite, la sciura. Lo stesso vale per altri dettagli disseminati lungo la sfilata, come le mule con la pelliccia dedicate ad Alessandro Michele, ex direttore creativo del marchio e amico di lunga data dello stilista che siede nel front row accanto a Donatella Versace.
Dietro questa collezione c’è un’emozione che Demna non ha paura a nascondere: “Sento energia, passione, divertimento, sensualità. È questo il sentimento - racconta lo stilista georgiano nell’affollato backstage -. Quando mi chiedono come mi sento, rispondo che mi sento innamorato. Sono un po’ ansioso, un po’ spaventato, ma anche molto entusiasta”.
Un sentimento che nasce anche da un’esperienza precisa: una recente visita agli Uffizi. “Sono stato ispirato dal momento in cui sono andato alla Galleria degli Uffizi a Firenze per vedere la Primavera di Sandro Botticelli. Poi ho visto le altre opere e sono rimasto sconvolto - sottolinea il creativo -. Ho realizzato quanto il Rinascimento abbia un posto enorme nella mia cultura, nel modo in cui capisco l’arte, il corpo, la proporzione. E anche quanto Gucci sia parte della cultura italiana, insieme a Michelangelo e a tutto ciò che conosciamo”.
Uscendo dalla Galleria, racconta, ha visto Palazzo Gucci in piazza e ha avuto un’illuminazione: “Ho capito che dovevo tornare a Milano e cambiare completamente il set. Stavamo lavorando su qualcosa di diverso. Volevo mettere Gucci in uno spazio di rilevanza culturale”. E infatti al Palazzo delle Scintille di Milano, dove viene presentata la collezione, gli ospiti vengono accolti da un set minimale con una galleria di grandi statue antiche.
“Mi sento liberato. Ho finalmente permesso a me stesso di farlo - confida lo stilista -. È legato al rapporto con il mio corpo, con il modo in cui mi vedo. Voglio sentirmi sexy, voglio sentire attrazione, voglio piacermi. Forse in questo momento sono un po’ innamorato di me stesso, più che di Gucci. Ed è parte del processo”. Per anni, ammette, ha tenuto le distanze dall’emozione. “Non volevo andare troppo vicino al corpo, né all’aspetto emotivo del mio lavoro, che è sempre stato molto intellettuale - rimarca -. Per dieci anni (da Balenciaga, ndr) ho cercato di dimostrare a me stesso di essere un designer intelligente. A Gucci ho ricevuto una vera carta bianca per l’emozione”.
Il risultato è una moda anche molto ironica, che non chiede di essere capita ma sentita. “Ho capito che posso creare da un punto di vista emotivo, non solo intellettuale - dice - O ti piace o non ti piace. È una moda che innesca sensazioni”. Un approccio che, secondo Demna, apre nuove possibilità creative: “In termini di visioni e design, si apre un nuovo spazio”. Al centro resta l’idea di bellezza come atto di amore verso sé stessi. “La bellezza e l’amore che possiamo vedere in noi stessi sono fondamentali. Non è solo una questione di sesso o di corpo. È essere gentili con se stessi, in generale” evidenzia ancora il designer, che fa una riflessione più ampia sulla cultura e sulla responsabilità di un grande marchio come Gucci. “Ci sono tante persone che seguo, ascolto, consumo nella musica e nell’arte. Mi piace davvero quello che fanno. Una delle mie responsabilità è portare rilevanza culturale. E quella rilevanza nasce sempre dall’underground, non dal mainstream, anche per un grande brand”.
Da qui il desiderio di costruire una comunità non solo una collezione fine a sé stessa. “Per me aveva senso ricostruire la mia visione e iniziare a creare queste comunità includendo le persone”. E smentire soprattutto le aspettative. “Tutti pensavano che avrei fatto bomber oversize con monogrammi. Ma non è per questo che sono venuto da Gucci - ripete -. Sono venuto per scoprire nuove dimensioni di me come creativo. Gucci è il posto perfetto per farlo, perché nel suo Dna c’è il celebrare se stessi, l’essere innamorati, flirtare, essere audaci, coraggiosi, senza paura”. E quando gli chiedono se i ‘maranza’ (intesi come i ragazzi di strada che indossano capi monogrammati Gucci come una specie di divisa) siano stati un’ispirazione, taglia corto: “No, non lo sono”.
Le prime due collezioni, La Famiglia e Generation Gucci, erano, secondo lui, un percorso di studio. “Dovevo capire cos’era Gucci prima di creare la mia visione. Questa è la prima volta che lo faccio davvero. Non è una citazione diretta del passato ma una costruzione basata sulla sua comprensione”. Alla domanda su cosa debba sapere oggi il pubblico, Demna risponde senza esitazioni: “La nuova Gucci va avanti. È la cosa più importante”.
Alcuni capi della nuova collezione sono già disponibili in negozio, secondo la filosofia see now buy now che elimina le attese tra passerella e disponibilità in boutique. Il messaggio è chiaro. La prima vera Gucci di Demna non guarda all’oversize e non cerca scorciatoie nostalgiche. Di certo non rincorre etichette generazionali. Guarda al corpo, all’emozione e al desiderio. E soprattutto, guarda avanti. (di Federica Mochi)