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'Ndrangheta, catturato in Argentina il boss Pantaleone Mancuso

12 settembre 2014 | 11.48
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Il latitante, detto 'l’ingegnere', era ricercato dall’aprile scorso per associazione mafiosa e il tentato omicidio di una donna e suo figlio. Ad incastralo una donna, oggi testimone di giustizia. Il procuratore di Catanzaro: "Già chiesta l'estradizione"

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(Xinhua)

E' stato catturato in Argentina, mentre tentava di entrare in Brasile, Pantaleone Mancuso, il latitante chiamato 'l’ingegnere' esponente di rilievo del clan omonimo di Limbadi (Vibo Valentia). L’uomo era ricercato dall’aprile scorso per associazione mafiosa e il tentato omicidio di una donna e suo figlio. La sua cattura risale a diversi giorni fa ma è stata resa nota soltanto oggi.

“Siamo soddisfatti, abbiamo già avviato la richiesta di estradizione”, ha detto il procuratore di Catanzaro, Vincenzo Antonio Lombardo, all’Adnkronos. “Viaggiava con documenti falsi e stava tentando di entrare in un altro Paese del Sudamerica, probabilmente il Brasile”, racconta il magistrato. 'L’ingegnere' è ritenuto "un personaggio di rilievo della costellazione dei Mancuso, un discendente della stirpe degli undici", ovvero gli undici fratelli che componevano il ramo della prima generazione della famiglia di ‘ndrangheta che opera a Limbadi, nel vibonese.

Incastrato da testimone giustizia - Era stata una donna, oggi testimone di giustizia, a consentire la ricostruzione del tentato omicidio di Romana Mancuso e del figlio Giovanni Rizzo, indicando Pantaleone Mancuso 'l’ingegnere' come uno degli autori dell’aggressione dei suoi stessi parenti. Il fatto è avvenuto nel 2008 ma solo nel dicembre 2013 le dichiarazioni della ex convivente della famiglia Mancuso ha permesso di fare luce sull’episodio e la Procura di Catanzaro chiese l’emissione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di due soggetti, uno dei quali era proprio “l’ingegnere”.

Quando però la Squadra mobile di Catanzaro andò a cercarlo, nell’aprile di quest’anno, non lo trovò perché si era già dato alla macchia. La testimone di giustizia, di nazionalità straniera, ha raccontato che la famiglia dell’ingegnere dava ragione a lui perché Giovanni Rizzo, la vittima dell’attentato, prendeva “iniziative sbagliate -trascrivono i magistrati- nei confronti di persone già protette che, evidentemente, poi si lamentavano con altri Mancuso”.

La suocera della donna spesso aveva parlato di quell’episodio, indicando Pantaleone come esecutore mentre il suocero dell’ingegnere si lamentava della non riuscita dell’iniziativa, avendo preferito la morte dell’obiettivo anziché il semplice ferimento. Subito dopo l’agguato, Pantaleone Mancuso si diede alla latitanza volontaria, temendo ritorsioni.

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