Addio Umberto, il fotografo che sapeva dove guardare

Giorgio Rutelli, vicedirettore dell'Adnkrons, ricorda Umberto Pizzi, con cui lavorò a Dagospia e a Formiche: "Da Zagarolo alla Dolce Vita, dai reportage in Medio Oriente ai Cafonal, senza mai fermarsi"

Umberto Pizzi - Fotogramma/IPA
Umberto Pizzi - Fotogramma/IPA
29 settembre 2026 | 11.19
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Umberto Pizzi avrebbe compiuto 90 anni l’anno prossimo e ancora ogni giorno partiva da Zagarolo, arrivava a Roma, saliva sul suo motorino e si scapicollava tra una conferenza e una cena, un buffet e una manifestazione di piazza.

Ora parlerò anche di me, come è tremendo fare, ma solo perché con Umberto ho condiviso tre fasi della mia vita. Tra i miei 15 e 25 anni, quando facevo lo steward - in italiano: l’usciere - e passavo ore fuori da congressi, concerti ed eventi vari: a un certo punto piombava lui, chiedeva chi c’era e chi non c’era, spiava la lista degli invitati, cercava di capire da quale porta sarebbe uscito quello che gli interessava e mi chiedeva di placcarlo per garantirsi lo scatto migliore.

Poi a Dagospia, dove arrivai nel 2010, mentre con Roberto D’Agostino preparavano “Ultra Cafonal”, il secondo dei meravigliosi libroni Mondadori dedicati a quel decennio in cui la Seconda Repubblica aveva dato il meglio di sé (almeno nelle immagini, perché del resto non è rimasto molto).

Infine a Formiche. Dopo aver rotto con Dago, Umberto aveva trovato una nuova casa - in condominio con il Fatto Quotidiano - dalla quale continuare a raccontare una Roma meno “gnam” ma sempre potentona. "La mia foto migliore? Quella che scatterò domani".

Per quasi vent'anni mi sono tuffato nel suo sterminato archivio uscendone ogni volta incredulo: Zeffirelli e Andy Warhol; Giulio e Livia Andreotti interdetti davanti a una ballerina del ventre; Moravia a braccetto con Emma Bonino; Gianni Agnelli beccato fuori dal Jackie O’ con una modella leopardata; Milly D'Abbraccio affacciata su Palazzo Chigi; Woody Allen che suona il clarinetto con Marta Marzotto; Lady D e il principe Carlo su una gondola veneziana che sembrano due statuine sulla torta nuziale. E' quasi tutto digitalizzato, correte a sfogliarlo, non ve ne pentirete: Umberto Pizzi Photo

Da Zagarolo al mondo

Nato a Zagarolo il 7 ottobre 1937, quarto di otto figli, in una famiglia che lui definiva del “vero proletariato”. Il padre era bracciante, la madre lavava i panni. Da bambino andava a spigolare il granturco. Nel 1947 la famiglia si trasferì sulla Casilina, a Roma: dieci persone tra una stanza e una cucina. La scuola finì presto, alla seconda media. Poi falegname, facchino, scaricatore di mattoni.

La prima svolta arrivò quando trovò lavoro presso Adelmo Della Casa, ricco proprietario dell’Ambasciatori Palace di via Veneto e delle Terme di Fiuggi. Pizzi gli faceva da assistente, autista, accompagnatore. E così si ritrovò improvvisamente a via Veneto, tra gli americani, Cinecittà, gli attori, i fotografi, la Roma poco hollywoodiana e molto stracciona che Fellini avrebbe trasformato nella Dolce Vita, un gigantesco filtro Instagram con 60 anni di anticipo.

Nel 1963 cominciò a lavorare come fotoreporter per la Fao. Iran, Iraq, Turchia, Siria, Giordania: fame, minatori, beduini, bambini soldato, campagne contro la denutrizione, reportage in aree di guerra. Viaggiava per mesi, tornava a Roma, vendeva le fotografie e ripartiva. Il problema era che con la miseria del mondo si guadagnava poco. E lui nel frattempo si era sposato.

Fu una photo editor americana a consigliargli di osservare i paparazzi, studiarne i trucchi, imparare come si inseguiva una fotografia invece di aspettare che arrivasse. E così passò dai profughi curdi a Audrey Hepburn.

A Capri rimase per ore sopra un pino per fotografare Liz Taylor e Richard Burton. A Saint Lucia nei Caraibi, dove aveva seguito Sophia Loren, finì per due giorni in una cella perché la polizia locale lo aveva scambiato per un brigatista rosso. Mick Jagger lo fece cadere e gli distrusse l’attrezzatura e lui Pizzi gli fece pignorare gli strumenti finché non arrivò il risarcimento. Gérard Depardieu (ma quello è un vizio) provò a tirargli un pugno.

Le sue foto venivano comprate da People, Time, testate americane e britanniche. A Londra gli offrirono di restare ma rifiutò. “Non esiste Londra, non esiste Parigi, non esiste New York. Roma è Roma”.

Cafonal e Formiche

Con il tramonto della Dolce Vita e poi dell’edonismo reaganiano, è grazie all’intuizione di D’Agostino che Pizzi torna relevant, come dicono quelli che hanno studiato: temuto e desiderato. Tra Avere o Essere, dovevi soprattutto essere nei Cafonal. Meglio uno scatto con il prosciutto tra i denti che finire fuori dalla mappa del potere romano.

Nel 2012 il rapporto si rompe. Nessuno dei due ha un carattere morbido. Ma Umberto non intende godersi la villa e le galline di Zagarolo, continuano a chiamarlo, lui continua a fotografare: “La pensione è una parola orribile: è l'anticamera dell'eterno”. Collabora con il Tempo, il Fatto, Formiche, sforna documentari con la Rai, prepara libri, digitalizza i negativi con l’aiuto dei nipoti.

Aveva una tigna formidabile, quella di chi era partito da zero e non aveva mai considerato il lavoro qualcosa da cui, prima o poi, ci si dovesse liberare. Ruvido e spiccio, con le persone cui voleva davvero bene quella scorza spariva. Prima di morire aveva chiesto di non essere celebrato, magari con un "Funeral" alla Chiesa degli Artisti o una camera ardente nella Protomoteca del Campidoglio, ma oggi sono in tanti che vorrebbero ricordarlo e abbracciarlo.

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