Più oscuri e schierati che mai, il terzo disco di inediti consacra il trio di Belfast tra politica, identità e furia. A giugno si esibiranno per la prima volta in Italia con quattro date
Più oscuri, più arrabbiati, più socialmente schierati. Mordono, sono affilati e, soprattutto, non fanno sconti a nessuno. Sono i Kneecap nel nuovo album 'Fenian', in uscita il primo maggio prossimo per Heavenly Recordings. Sono passati solo pochi mesi da quando il trio rap irlandese formato da Mo Chara, Móglaí Bap e DJ Próvaí ha fatto il suo ingresso sulla scena internazionale. Prima in sordina, con un biopic omonimo premiato ai Bafta Awards e al Sundance Film Festival, poi con una controversia giudiziaria per presunte accuse di terrorismo. 'Fenian', terzo lavoro in studio, non tradisce le attese: è un album feroce, irriverente, apertamente politico, nel quale il collettivo affronta temi di lotta sociale, ingiustizie, droga e persino il dolore legato alla perdita della madre di uno dei membri. Le accuse contro Mo Chara, al secolo Liam Óg Ó hAnnaidh, legate alla presunta esposizione di una bandiera di Hezbollah sul palco durante un concerto, sono state archiviate da un giudice lo scorso anno, prima ancora di arrivare a processo. E come ha osservato il rapper stesso la vicenda “non ha mai riguardato me o una minaccia alla sicurezza pubblica ma è sempre stata una questione di Palestina”. Chi si aspetta cambi di registro in Fenian rimarrà deluso. Perché i Kneecap ribadiscono senza troppo giri di parole il loro sostegno deciso al popolo palestinese, sferrando un attacco duro al governo di Keir Starmer.
I testi possono risultare criptici per chi non mastica il gaelico mescolato all'inglese ma sono godibilissimi. Il disco si apre subito con una dichiarazione d’intenti grazie a un’intro sognante, con sonorità che riportano alla mente riferimenti celtici. Spoiler: è la calma prima della tempesta. “Questo è un movimento che cresce di forza in forza in tutto il paese /Ormai non possiamo più essere fermati / Andiamo avanti insieme sulla strada della rivoluzione” è l’apertura di un disco che non fa prigionieri. Già da 'Smugglers and Scholars' si capisce che il livello resterà alto in tutte le 14 tracce, mentre ‘Carnival’ trascina in un ritmo ipnotico scandito da percussioni e tensione narrativa. Qui il gruppo riproduce la convocazione davanti alla corte britannica di Mo Chara: “Mo chara, sei qui davanti a noi al tribunale dei magistrati di Westminster. Come ti dichiari? Non colpevole”. Da lì si apre una tirata rabbiosa contro la repressione, la censura e il modo in cui la musica diventa bersaglio quando prova a raccontare conflitti reali: “È iniziato a Coachella: 'non parlare della Palestina, amico', un altro esempio usato come monito; ecco cosa succede se una band prova a parlarti di Gaza”.
‘Carnival' è anche uno dei momenti più espliciti del disco sul piano politico: “Ogni giorno nei notiziari io e i Kneecap non siamo la storia: è in corso un genocidio, la storia vi ricorderà e non sarete mai perdonati". Il cuore politico del progetto arriva con 'Palestine', featuring Fawzi, dove la solidarietà tra Irlanda e Medio Oriente si fa più stratificata e poetica. Il brano mescola immagini mitologiche e geopolitica contemporanea con le figure del folklore irlandese che convivono con scenari distopici e visioni di confini ribaltati, mentre il tono resta sospeso tra elegia e denuncia. ‘Liars Tale’, il primo singolo estratto, è invece un attacco frontale alla politica britannica, in particolare al primo ministro Keir Starmer: un brano sulla censura, sulla repressione e sul tentativo di silenziare identità e resistenza. È forse il momento più caustico del disco, con frasi dirette e velenose. Un punk rave incendiario che fa a pezzi “i vili tentativi” di Starmer di mettere a tacere il movimento. I bersagli? Conservatori travestiti da laburisti e i politici che attaccano gli artisti, il tutto guidato da un riff dal passo rock anni ’80 rinvigorito dal caos rave punk.
L’album non ha mai momenti morti: tiene l’ascoltatore al guinzaglio con ritmi frenetici e brutali. Skippare le tracce non è un’opzione. Anche quando la lingua rappresenta uno scoglio - tra gaelico e slang di Belfast - l’energia passa comunque, diretta e incontrollata. Volevano fermarli, non ci sono riusciti, si direbbe già al primo ascolto di Fenian, che segue l’acclamato 'Fine Art' del 2024, amato da molti fan come voce dell’identità irlandese moderna, ma anche fortemente criticato e spesso censurato. “Hanno provato a fermarci etichettandoci come ‘terroristi’ – hanno detto Mo Chara, Móglaí Bap e DJ Próvaí - con cancellazioni di concerti e con dichiarazioni del primo ministro in persona. Avevamo tutta la determinazione di cui avevamo bisogno. Questa non è una reazione impulsiva, ma una risposta ponderata a chi ha provato a metterci a tacere. E ha fallito”.
Il disco è stato realizzato con il produttore Dan Carey, con un suono, “più sinistro, perché viviamo tempi sinistri. Ma anche di sfida e trionfante” hanno spiegato i Kneecap. Lo stesso titolo ‘Fenian’, come la titletrack, è ispirato “ai guerrieri del folklore irlandese, diventato in seguito termine dispregiativo per gli irlandesi. Ora lo usiamo per definire chiunque dica la verità al potere. Dopo 800 anni di colonizzazione pensavano che la lingua irlandese sarebbe morta. Non è successo… I Kneecap correvano lo stesso rischio… ma siamo ancora qui. The Paddies are back”. Negli ultimi dodici mesi il trio ha tenuto uno dei set più discussi al Glastonbury Festival, ha suonato come headliner a Wide Awake, 2000 Trees e Green Man, e si è esibito in arene come la 3Arena di Dublino, la Wembley Arena e l’Ovo Hydro di Glasgow. Una crescita esponenziale accompagnata da una tempesta mediatica e politica, soprattutto dopo il loro sostegno alla causa palestinese durante il Coachella dello scorso anno. Un membro, Mo Chara, è stato accusato di un reato di terrorismo per aver mostrato una bandiera sul palco. Diversi politici avevano chiesto la rimozione del gruppo da Glastonbury e lo stesso Keir Starmer aveva definito la loro presenza “non appropriata”. La band si è esibita comunque e, il 26 settembre scorso, un tribunale di Londra ha annullato completamente il procedimento.
Attorno a loro si sia creata una rete di solidarietà artistica importante e di recente, assieme a Massive Attack, Brian Eno, Sigur Rós e Nadine Shah - tra gli altri - hanno chiesto di boicottare l'Eurovision se anche quest’anno sarà permesso a Israele di partecipare. I Kneecap raccolgono l’eredità della protesta musicale più radicale, quella di Public Enemy, Rage Against the Machine e N.W.A., ma la rimettono in circolo con un linguaggio e un immaginario profondamente contemporanei. Il risultato è un album lungo ma mai noioso, che scorre come un flusso continuo di tensione politica e identitaria. 'Fenian' segna un’evoluzione evidente rispetto al passato e si impone come una vera e propria dichiarazione di guerra sociale e culturale: contro il silenzio, la censura e l’addomesticamento dell’arte. Un’attitudine che i Kneecap porteranno per la prima volta dal vivo anche in Italia: a giugno la band arriverà nel nostro Paese per quattro date del 'Fenian Tour', con concerti previsti a Milano, Bologna, Roma e Bari. (di Federica Mochi)