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Tumori, ''dalle Regioni nessuna risorsa a centri Car-T''

09 dicembre 2019 | 12.27
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Ospedale - FOTOGRAMMA

di Paola Olgiati

Il costo delle immunoterapie cellulari Car-T contro il cancro "oggi è un tema che è stato affrontato, smarcato e risolto". Quasi un 'falso problema', da archiviare per affrontare quello vero: "Ai centri italiani riconosciuti, accreditati e qualificati per erogare queste terapie, le Regioni non hanno offerto né un letto né un addetto in più. Al momento non c’è stato alcun investimento esplicitamente dedicato in termini di risorse e personale", afferma Fabio Ciceri, primario dell’Unità operativa di Ematologia e Trapianto di midollo osseo dell’Irccs ospedale San Raffaele di Milano, fra i centri Car-T della Penisola. "La parola d’ordine adesso è pianificazione", avverte: "Bisogna pianificare le risorse".

Parlando ai giornalisti in occasione del 61esimo Congresso dell’American Society of Hematology (Ash) in corso a Orlando in Florida, l'esperto ci tiene a "sgombrare il campo" da un discorso che ritiene ormai superato "in sede istituzionale - sottolinea - dove i costi delle due Car-T registrate, rapportati al beneficio che determinano, producono un valore che anche le agenzie regolatorie più severe hanno giudicato largamente superiore a quelle normalmente considerate le soglie di interesse per un investimento da parte del Servizio sanitario nazionale".

I pazienti candidati al trattamento, ricorda Ciceri, "sulla base degli studi di epidemiologia sono stati identificati e quantificati in 600 all’anno. Una numerosità limitata", ritenuta in fase di negoziazione economicamente sostenibile, che però potrebbe mettere in seria difficoltà "centri già saturi, dove le liste di attesa per un trapianto allogenico superano mediamente i 2 mesi - osserva lo specialista, presidente del Gitmo (Gruppo italiano trapianto di midollo) - e dove ora sugli stessi letti andranno a convergere la lista del trapianto allogenico e la lista dei pazienti Car". Come ne uscirà chi li gestisce? Per Ciceri "è un punto interrogativo enorme".

Per capire che il rischio caos è concreto "è sufficiente un calcolo molto semplice", chiarisce l’esperto. "Poniamo di essere in tutto 10 centri italiani qualificati per le terapie Car-T: con 600 pazienti l’anno significa che ogni centro dovrà trattarne 60, che vuol dire massimo 20 per letto considerando che un 'paziente Car' lo tiene occupato 2-3 settimane, il che si traduce nella necessità di tre letti interamente dedicati a questa attività". Letti che oggi mancano, perché a dispetto della matematica "c’è contezza che nessuna Regione - ripete Ciceri - abbia fatto investimenti ad hoc".

La questione, riflette, non è soltanto organizzativa. Diventa anche etica: "Se come detto sullo stesso letto convergeranno il paziente Car e quello che invece aspetta un trapianto di midollo - chiede il medico - chi dovrà decidere se usare quel letto per l’uno o per l’altro? Dovrà farlo il dottore che gestisce quel letto, cioè il responsabile di quell’Unità, e questo non è corretto. Sulla base di quale criterio oggettivo dovremmo scegliere - incalza il primario - visto che tutti e due quei pazienti dopo il trattamento avranno le stesse probabilità di sopravvivenza a 5 anni, e che ricevere le cure di cui si ha bisogno è un diritto?".

La qualificazione delle strutture che possono erogare trattamenti Car-T "è compito delle aziende produttrici - evidenzia Ciceri - che, quale espressione della responsabilità ricevuta dall’Agenzia europea del farmaco Ema di definire un Risk Management Plan, hanno l’ultima parola nel rendere operativo un centro. Le Regioni li individuano", come hanno fatto in 16 secondo l’ultimo punto fatto a fine novembre durante un incontro al Senato, "e l’azienda li qualifica dopo avere verificato che abbiano tutte le caratteristiche di natura organizzativa e di competenza professionale che garantiscono la sicurezza del trattamento".

Oggi risultano qualificati 3 ospedali a Milano (San Raffaele, Humanitas e Istituto nazionale tumori), il Papa Giovanni XXIII a Bergamo, la Pediatria dell’ospedale San Gerardo di Monza, il Policlinico Gemelli e l’ospedale pediatrico Bambino Gesù a Roma, il Sant’Orsola a Bologna. E' poi in corso la qualificazione per altre strutture tra Lombardia, Piemonte, Veneto e Toscana. "Quello che come centri identificati possiamo fare - è l’invito di Ciceri ai colleghi - è registrare in modo rigoroso l’intenzione al trattamento e l’effettiva disponibilità ad assorbire le richieste che ci verranno da chi cura i pazienti, ed essere molto trasparenti nel segnalare eventuali limitazioni". Che in assenza di un’adeguata programmazione, ammonisce l’esperto, "sicuramente ci saranno".

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