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Yara, madre Bossetti chiede di vedere il figlio. Martedì l'interrogatorio con il pm

06 luglio 2014 | 17.56
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Ester Arzuffi, la mamma del muratore accusato di avere ucciso la 13enne di Brembate di Sopra, non ha mai visto il figlio da quando è stato arrestato. Più che 'rivelare', il 44enne al momento vuole smentire: secondo la difesa è provato ma pronto a resistere "per la sua famiglia, i suoi figli" pur di far emergere la sua innocenza"

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(AdnKronos)

Ester Arzuffi, madre di Massimo Giuseppe Bossetti, il 44enne muratore di Mapello arrestato per l'omicidio di Yara Gambirasio, chiede di poter incontrare il figlio che dal 16 giugno scorso si trova in isolamento nel carcere di Bergamo. E' quanto afferma il legale vicino alla famiglia Bossetti, l'avvocato Benedetto Maria Bonomo, che nei prossimi giorni presenterà un'istanza apposita in Tribunale. Una volta ottenuto il 'visto' degli inquirenti, la donna potrà vedere per la prima volta dall'arresto il figlio che lei giudica, come ha avuto modo di affermare nelle settimane scorse, "innocente". Così come Ester Arzuffi continua a negare di avere avuto una relazione da giovane con Giuseppe Guerinoni, l'autista di autobus ormai deceduto e padre, secondo le ricostruzioni operate dagli inquirenti sulla base dei Dna raccolti, di Ignoto 1, poi individuato in Bossetti.

Intanto Bossetti si prepara all'interrogatorio da lui voluto e fissato per martedì davanti al pm Letizia Ruggeri "per far emergere la sua verità". L'uomo, dice l'avvocato Claudio Salvagni, che lo difende insieme alla collega Silvia Gazzetti "vuole far luce sulle notizie sul suo conto che non sono veritiere", tutti quei particolari, indizi, emersi negli ultimi giorni che per l'accusa si inseriscono a corolla attorno al perno centrale della ricostruzione accusatoria, il Dna lasciato sugli indumenti della vittima. Bossetti, racconta la difesa, è provato ma pronto a resistere "per la sua famiglia, i suoi figli" pur di far emergere la sua innocenza. Per riuscirci, riferiscono, è pronto a tutto, a dispetto dell'isolamento in cui è trattenuto ormai da circa una quarantina di giorni, un regime di 'carcere duro' che gli è stato applicato anche a sua protezione perché nel codice non scritto dei detenuti di ogni carcere, peggio di una pubblica accusa, c'è poco spazio di difesa e tolleranza zero per chi è accusato di aver seviziato e lasciato morire una ragazzina di 13 anni.

Dal giorno dell'arresto il 44enne muratore di Mapello ha incontrato solo i suoi difensori e non più di un paio di volte, l'ultima giovedì scorso, la moglie. In attesa del confronto di martedì, la difesa annuncia poco o nulla. Per i legali il fatto che sia emersa sulla stampa la richiesta di un esame e la data fissata per esaurirlo è già una grave violazione del segreto istruttorio e non nascondono l'intenzione di presentare un esposto in Procura se mai dovesse ripetersi una nuova 'fuga di notizie'.

Più che 'rivelare', pare di capire, Bossetti al momento vuole smentire. Fino a oggi la sua versione, quella fornita al gip, è che lui non ha mai avuto alcun rapporto con la ragazzina che nemmeno conosceva. Come sia finito il suo Dna sugli indumenti intimi di Yara, 'prova' regina per l'accusa, solo un indizio per la difesa, non se lo spiega. Lui, ha dichiarato Bossetti, quella sera era a casa, come sempre, da buon padre di famiglia dopo una giornata di lavoro, a Palazzago, da dove rientrava passando per Brembate Sopra, una strada più 'comoda'. Il fatto che si sia recato al campo di Ghignola d'Isola, dove venne trovato il corpo della piccola vittima, Bossetti lo giustifica come un 'atto di curiosità', come hanno fatto in tanti, niente di più. Come la 'curiosità' spiegherebbe per Bossetti, com'è stato scritto, il fatto che sul suo computer gli investigatori hanno trovato diversi clic riferiti alle indagini sulla morte di Yara.

Casualità, consuetudine, curiosità: questa è la cornice dove, stando sempre alle poche indiscrezioni della vigilia, Bossetti cercherà di confinare tutte quelle 'chiacchere' scomode, ma 'ricucite ad arte' dagli inquirenti, emerse dopo il suo arresto. Probabilmente il tentativo è di isolare, dai tanti indizi più o meno significativi, il problema del Dna. Quel Dna che collega inesorabilmente Yara a Ignoto 1, Bossetti. Nei giorni scorsi la difesa ha annunciato l'intenzione di chiedere che sia ripetuto l'esame anche perché, hanno spiegato i legali, "se anche venisse confermato che (quel Dna, ndr) è lo stesso di Bossetti, si tratta di un indizio e non di una prova". Tutto legittimo, anche perché, ricorda la difesa "siamo in uno stato di diritto dove vale la presunzione d'innocenza".

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