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Salute: la parola che cura, infondere ottimismo funziona come un farmaco

01 ottobre 2014 | 18.33
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(Adnkronos Salute) - Non solo medicine. Anche un sorriso, una carezza, un incoraggiamento possono curare il corpo, oltre che l'anima. La scienza l'ha provato: le parole buone alleviano malattia e sofferenza e il meccanismo non è psicologico, ma 'fisico'. "Le suggestioni verbali positive agiscono sulle stesse vie biochimiche bersagliate dai farmaci. Un esempio? Abbiamo dimostrato che determinate parole inibiscono l'enzima ciclossigenasi, lo stesso che viene bloccato quando prendiamo un'aspirina per farci passare un dolore". Lo spiega all'Adnkronos Salute Fabrizio Benedetti, neurofisiologo del Dipartimento di neuroscienze dell'università degli Studi di Torino, in occasione della presentazione - oggi a Milano - di una ricerca della Fondazione Giancarlo Quarta onlus sull''effetto placebo' del rapporto empatico tra medico e paziente.

I disturbi motori della malattia di Parkinson e il dolore, da cancro o da qualunque altra causa. Sono questi, per ora, i campi d'indagine della ricerca sulla parola che cura. "Un concetto emerso dagli studi di neurobiologia, che abbiamo già dimostrato e che ora stiamo approfondendo - riferisce Benedetti, fra i massimi esperti internazionali in materia di placebo - è che invitare un paziente a credere fortemente in un trattamento può produrre reali benefici terapeutici. I primi lavori sul Parkinson li abbiamo cominciati nel 2004 - ricorda lo specialista - e da qualche mese, prima dell'estate, abbiamo avviato una collaborazione con la Fondazione Quarta per nuovi protocolli di indagine".

In cantiere, in particolare, c'è un progetto che punta a misurare la reazione dei singoli neuroni a parole positive 'somministrate' a malati di Parkinson sottoposti a impianto di pacemaker cerebrale. L'obiettivo, dunque, è valutare come il cervello si attiva in risposta a un'iniezione di ottimismo.

"E' stato dimostrato che le aspettative positive agiscono sugli stessi enzimi che vengono attivati dai medicinali, favorendo quindi il processo di cura. Nel progetto con Fondazione Quarta approfondiremo le modalità con cui ciò avviene", riassume Benedetti. Ma le parole buone possono sostituire i farmaci? "Capire se è possibile sfruttare i meccanismi innescati dalle suggestioni verbali positive per ridurre l'assunzione di medicinali è un'altra domanda alla quale stiamo cercando di rispondere", dice l'esperto. "Anche se è già stato osservato, e pubblicato - precisa - che se diamo alternativamente farmaco vero e placebo per un lungo periodo, alla fine è possibile dimezzare la dose del medicinale".

Intanto buoni risultati sono emersi dal progetto-intervento 'Ippocrates', condotto dalla Fondazione Quarta su oltre 4 mila pazienti e 135 camici bianchi dell'Istituto nazionale tumori di Milano. Si è visto che, comunicando ai medici e ai loro superiori gli apprezzamenti espressi dai malati che hanno percepito positivamente la relazione con i sanitari, la qualità del rapporto medico-paziente è migliorata del 16,3% dopo un anno, del 47,6% dopo altri 6 mesi, fino a un +54,4% al termine dei 2 anni di studio. "Questo progetto aiuta i medici perché possano con le loro parole aiutare i propri pazienti - commenta Lucia Giudetti Quarta, fondatrice e presidente dell'onlus costituita nel 2003 in memoria del marito - Il metodo utilizzato è innovativo e originale perché non si basa sulla formazione in aula, ma sul rinforzo positivo esercitato dall'apprezzamento dei pazienti verso i comportamenti dei medici che li hanno in cura".

Chiosa il sociologo Michele Oldani: "Oggi la figura del luminare non esiste più. Per comunicare in modo efficace servono empatia e passione. Così facendo il medico ė più gratificato, il paziente lo segue e, forse, guarisce di più".

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