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Donne in piazza per 'l'aborto libero e sicuro'

28 settembre 2017 | 13.59
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(Fotogramma)

Si celebra oggi in tutto il mondo la 'Giornata per l'aborto libero e sicuro'. Con cortei e manifestazioni previste in ogni Paese, la giornata mondiale nasce per difendere il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza e per la sua depenalizzazione ovunque. A Roma sarà il Movimento 'Non una di meno' a scendere in piazza: lo faranno per "mettere la parola FINE sulla strumentalizzazione del corpo delle donne in tutti i settori della vita sociale, dalla politica alla medicina; per mettere la parola FINE sulla violenza contro le donne che viene agita ogni giorno, dentro e fuori le mura domestiche; per mettere la parola FINE sul racconto distorto dei media e delle istituzioni che vogliono addomesticare le donne con i loro 'manuali' e consigli paternalistici".

Ma qual è la situazione nel nostro Paese? L'aborto è tutelato dalla legge 194 del 1978, ma la media nazionale dei medici obiettori di coscienza ha raggiunto ormai il 70%, con picchi di oltre il 90% in regioni come il Molise, il Trentino Alto Adige e la Basilicata. Percentuali che, per il Comitato diritti umani dell'Onu, rendono "difficile accedere all'interruzione volontaria di gravidanza". L'Italia, si legge nel documento dell'Onu risalente a marzo 2017, "dovrebbe adottare le misure necessarie per garantire un accesso tempestivo e senza ostacoli ai servizi di aborto legale sul suo territorio, e stabilire anche punti di riferimento effettivi per le donne in cerca di strutture" in grado di garantire il servizio.

Ma le raccomandazioni dell'Onu sono solo l'ultimo capitolo di una legge dal percorso travagliato e pieno di ostacoli, tutt'ora messa in discussione dai movimenti 'pro-vita'.

Tutto ha inizio nel 1971, quando la corte costituzionale dichiara illegittimo l'art.553 del Codice penale che prevedeva come reato la propaganda degli anticoncezionali. Sempre nel 71, il 7 giugno, viene presentato il primo progetto di legge dai senatori socialisti Banfi, Caleffi, Fenoaltea. Ad ottobre viene presentato alla camera, sempre a firma socialista, un altro progetto. Le due proposte non vennero discusse.

Tre anni dopo, l'11 febbraio del 1974 - in coincidenza con i patti lateranensi - Loris Fortuna presenta un nuovo progetto su cui convergono l'appoggio del Partito radicale e del Mld (movimento liberazione della donna). Il 18 febbraio del 1975 la Corte Costituzionale, a seguito di un ricorso presentato dal giudice istruttore presso il Tribunale di Milano, dichiara parzialmente illegittimo l'art.546 del Codice penale. Veniva cioè riconosciuta la legittimità dell'aborto terapeutico.

Dietro queste spinte il 29 aprile del 1975 il Parlamento approva la legge 405 per l'istituzione dei consultori familiari, che hanno tra gli scopi la divulgazione dei mezzi contraccettivi. Tra febbraio e aprile 1975 vengono presentate sei proposte di legge sulla materia. Una e' quella socialista già presentata.

Il 14 febbraio il Pci presenta una proposta che prevede tassativamente i casi in cui è ammessa l'interruzione di gravidanza sino al 90mo giorno - pericolo di vita, serio pregiudizio per la salute fisica o psichica, possibili malformazioni del nascituro, violenza carnale, incesto - la decisione non spetta alla donna ma ad una commissione composta da due medici e un assistente sociale nominata dal consiglio di amministrazione degli ospedali.

La terza proposta è dei liberali che, il 3 aprile del '75, chiedono la parziale legalizzazione. L'aborto deve essere motivato da ragioni di necessita' grave ed obiettiva. Nella proposta repubblicana l'ivg e' consentita per grave pericolo di vita e grave danno per la salute della madre, se è conseguenza di violenza o incesto e se la gravidanza non ha superato le 12 settimane. Le altre due proposte sono del Psdi e della Dc. In quest'ultima l'aborto resta un reato e prevede solo in determinate circostanze la possibilità di concedere alla donna un'attenuante.

Per stimolare ed affrettare il Parlamento il Partito Radicale e il Mld, con l'appoggio di Avanguardia Operaia, Lotta Continua, Pdup e Uil prendono l'iniziativa di raccogliere le firme per un Referendum abrogativo delle norme del Codice penale che vietano l'aborto. L'8 novembre 1975 la Cassazione dichiara valido il numero di firme per il referendum. Se non subentra una nuova legge le votazioni dovranno tenersi tra il 15 aprile e il 15 giugno '76.

Inizia la discussione sul testo di legge unificato. Lo scioglimento anticipato delle camere, decretato dal Presidente della Repubblica Leone, fa slittare automaticamente di due anni il referendum che potrà svolgersi solo nella primavera del 1978. Alla riapertura del parlamento la discussione sulla legge ricomincia da capo. Il testo approvato dalla Camera viene bocciato in commissione al Senato.

I partiti laici lo ripresentano immediatamente. Dopo varie polemiche e spaccature, soprattutto sul problema dell'obiezione di coscienza dei medici, il 22 maggio 1978 la 194 è legge ma non è finita. A maggio del 1978 viene sottoposta a voto referendario dal quale esce, comunque, indenne. La raccolta di firme aveva visto impegnato, in prima linea, il Movimento per la vita e il mondo cattolico.

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