Il politologo ragiona in un'intervista all'Adnkronos sulla percezione degli elettori, con una premessa: vince chi porta più persone a votare e non chi ne convince di più
La rimonta del 'no' è giustificata da argomenti che mobilitano di più. La campagna per il 'sì' dovrebbe insistere sull'urgenza e la storicità del voto. Il politologo Luigi Di Gregorio, Professore associato di Scienza Politica all’Università della Tuscia, ragiona in un'intervista con l'Adnkronos sulla polarizzazione della campagna per il referendum sulla giustizia, sulla percezione e sull'approccio con cui vanno a votare gli elettori.
Come stiamo approcciando il tema del referendum?
"A un mese dal voto stiamo assistendo a una campagna iper polarizzata. Si parla nel merito della questione con un prefiltro di gruppo. Si arriva ad affrontarle con un pre giudizio (staccato... ): se il tuo gruppo ti dice una cosa accetti quella tesi. Va considerato che l'elettore medio è disattento e che il cervello umano è pigro o economico, è portato a prendere decisioni con il minor sforzo cognitivo possibile. Ha bisogno di scorciatoie e la scorciatoia politica è 'noi contro loro'. Prendo posizione e poi cerco di giustificare la mia posizione".
Possiamo parlare di una posizione identitaria che prevale sulla coscienza individuale?
"La tua coscienza individuale è già condizionata. Sei una persona che ha una storia, una identità e una storia elettorale. Il disagio di leggere una tesi opposta alla tua non ti fa reagire razionalmente ma con 'un effetto boomerang', per cui cerchi ancora più sostegno alla tua tesi di partenza. Il disagio verso la tesi contraria ti porta a neutralizzarla".
Tutto questo avvantaggia una parte sull'altra? Perché?
"Tutto questo giustifica la rimonta del 'no', perché il voto contro è più motivante. Se dico di votare contro qualcuno o contro qualcosa, come avviene anche per i commenti sui social che sono tutti generalmente contro, chi deve esprimere rabbia o indignazione è molto più motivato rispetto a chi deve schierarsi a favore di qualcosa".
Entra in gioco anche il fattore paura, rispetto al cambiamento che si propone?
Anche il tipo di paura che viene cavalcato dal 'no' è più mobilitante. La paura per la magistratura politicizzata, che viene espressa dalla destra, è poco percepita da chi non ha mai avuto problemi con la giustizia; al contrario, la 'democrazia in pericolo' e 'la Costituzione che non si tocca' cavalcate a sinistra sono paure collettive, che toccano direttamente il cittadino. Il combinato disposto di voto contro e paure percepite spiega la rimonta del 'No'.
Su quali argomenti dovrebbe concentrarsi la campagna del 'Sì' per ribaltare questo trend?
La premessa da fare è che vince il referendum chi porta più gente al voto e non chi ne convince di più, per le stesse ragioni di cui abbiamo appena parlato. Dal punto di vista del 'Sì' sarebbe importante far capire che si tratta di un voto decisivo, perché se vince il 'no' la riforma non si fa più. Dovrebbe spingere non sulle paure, che sono esagerate anche nel merito, ma sull'urgenza e la storicità del voto. È l'unica cosa meno polarizzante, si dovrebbe insistere su un concetto: 'Hai una matita in mano che decide'. (Di Fabio Insenga)