Il dossier energia resta il grande nodo sul tavolo di Palazzo Chigi. Non solo perché sul fronte dei carburanti il governo è dovuto intervenire con un taglio temporaneo delle accise per contrastare il caro-prezzi, attivo da fine marzo e prorogato poi fino al 1° maggio, con una riduzione di circa 25 centesimi al litro su benzina e gasolio. Ma anche perché la crisi rischia di diventare strutturale. Con un impatto sempre più rilevante per i cittadini e le imprese, e costi per l’industria sempre meno sostenibili. Come dimostrano le parole dell’ad di Eni Claudio Descalzi, pronunciate alla scuola di formazione politica della Lega sulla necessità di sospendere il bando sul gas russo, che si inseriscono in un dibattito politico già acceso. In ambienti di governo, il ragionamento del manager del 'Cane a sei zampe' viene letto per quello che è: la valutazione di un tecnico di grande spessore. Ma, allo stesso tempo, si sottolinea come la partita energetica abbia inevitabilmente anche una dimensione politica. E in questo quadro, per l’Italia guidata da Giorgia Meloni, resta centrale la necessità di mantenere la pressione occidentale sulla Federazione russa. Una linea che convive con sensibilità diverse dentro la maggioranza, mentre il contesto internazionale si fa sempre più instabile. La crisi legata alla chiusura dello stretto di Hormuz, con le sue ricadute sui flussi energetici, diventa l’argomento principale di chi - nella coalizione di governo - invita a un approccio più pragmatico. È soprattutto la Lega a spingere in questa direzione, con Matteo Salvini che e i suoi che tornano a sollevare il tema di una possibile revisione del veto sull’energia russa. A Palazzo Chigi, però, il tentativo è quello di tenere insieme i diversi livelli, anche indicando un orizzonte: gennaio 2027. Non solo una scadenza tecnica, ma - nelle speranze dell’esecutivo - il momento in cui il quadro potrebbe evolvere. L’auspicio, filtra da fonti di governo, è che entro allora cessino le ostilità tra Mosca e Kiev e si possa aprire una fase nuova di confronto. Intanto, però, c’è da fronteggiare una situazione sempre più complessa, legata al conflitto in Medio Oriente e, in particolare, allo Stretto di Hormuz. Sono i numeri a dire quello che solo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sembra non voler comprendere. I prezzi del petrolio sono cresciuti del 50% da quando Stati Uniti e Israele hanno cominciato la guerra il 27 febbraio. Dopo un mese e mezzo, è sufficientemente chiaro da questa sponda dell'Atlantico che lo shock è destinato a durare e a impoverire l'economia, con conseguenze facilmente immaginabili per il tenore di vita e la tenuta del consenso in Europa. Ma l'impatto di quello che sta succedendo a Hormuz dovrebbe suggerire anche a Trump di iniziare a tenere in considerazione le conseguenze per gli Stati Uniti, per gli americani e, a cascata, per il suo consenso. I prezzi al consumo negli Stati Uniti sono già aumentati del 3,3% a marzo rispetto all'anno precedente, quelli del petrolio sono oltre i 100 dollari al barile, e quelli della benzina sono saliti oltre i 4 dollari al gallone. Se questa situazione dovesse durare, o peggiorare come è più probabile, anche le elezioni di Midterm ne sarebbero fortemente influenzate. C'è peraltro un'altra variabile che potrebbe complicare ancora di più lo scenario. Una ulteriore escalation potrebbe rendere più probabile la chiusura del Mar Rosso da parte degli Houthi. Vorrebbe dire ridurre ancora di più i volumi del petrolio in circolazione, fermandone un altro 12% del totale globale, con conseguenze catastrofiche per i prezzi del poco oro nero che resterebbe in giro, che volerebbero verso i 200 dollari al barile.