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Clima: gas serra, è il cibo il primo responsabile, più dei trasporti

18 febbraio 2016 | 13.09
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(Foto Xinhua)

L’impatto maggiore sull’ambiente deriva da quello che mangiamo e che mettiamo ogni giorno nel piatto. Se consideriamo solo le emissioni di gas serra, infatti, è il cibo a dare il contributo maggiore al cambiamento climatico, con il 31% del totale, superando il riscaldamento (23,6%) e i trasporti (18,5%). È la fotografia scattata dal Barilla Center for Food & Nutrition (Fondazione Bcfn, centro di pensiero e di proposte nato con l’obiettivo di analizzare i grandi temi legati all’alimentazione e alla nutrizione nel mondo) che ha lanciato oggi, alla presenza tra gli altri del presidente Guido Barilla, la seconda edizione di 'Eating Planet. Cibo e sostenibilità: costruire il nostro futuro'.

Un libro per raccogliere e raccontare riflessioni, sfide e proposte concrete per raggiungere un sistema sostenibile per la salute dell’uomo e del pianeta. Un percorso, che passa dall’Expo appena concluso agli ambiziosi obiettivi fissati nella Conferenza di Parigi, Cop21, per affrontare i 3 grandi paradossi dell’attuale sistema agroalimentare. In merito all'impatto ambientale, particolarmente rilevante è il consumo di carne, responsabile del 12% delle emissioni totali, mentre i prodotti lattiero-caseari contribuiscono per il 5%.

Inoltre, dal 1990 a oggi, le emissioni di gas serra derivanti dall’agricoltura sono aumentate del 20% e raddoppiate dal 1960. Le nostre scelte alimentari hanno, dunque, un ruolo fondamentale nella salvaguardia del nostro pianeta. Ecco, allora, che secondo la Fondazione Bcfn, l’adozione della doppia piramide alimentare e ambientale, un modello che promuove la dieta Mediterranea e ne dimostra i benefici per la salute dell’uomo e dell’ambiente, diventa uno dei primi passi da compiere in cammino per la salvaguardia del pianeta e della salute.

Infatti, se da un lato l’ultimo rapporto Istat parla di un’Italia che, anche grazie alla dieta Mediterranea, vanta gli abitanti più longevi e magri d’Europa, il nostro Paese rischia di veder cambiare la situazione a causa di un progressivo distacco da questo modello alimentare, soprattutto da parte delle generazioni più giovani. Oggi, infatti, quasi 2 adolescenti su 10 hanno un peso in eccesso, con uno dei tassi più alti in Europa di bambini in sovrappeso e obesi, mentre i giovani e gli adulti che fanno sport sono sempre meno (solo 3 su 10).

Se uniamo questi due elementi (vita sedentaria e abitudini alimentari mutate, con una predilezione per un regime dietetico ricco di proteine animali e grassi) e li proiettiamo in un quadro futuro, appaiono inevitabili possibili ricadute anche sul tasso di incidenza di malattie con conseguenze come diabete (con un nuovo caso ogni 5 secondi), patologie cardiache (che rimangono la prima causa di morte al mondo con 20 milioni di decessi nel 2015) e patologie croniche (che determinano il 60% dei decessi a livello globale).

“A quattro anni dalla prima edizione abbiamo voluto aggiornare Eating Planet per raccogliere i contributi scientifici più rilevanti, raccontare come sta avanzando il percorso intrapreso dal Bcfn e proporre soluzioni concrete ai grandi temi legati a cibo e nutrizione” dichiara Guido Barilla, presidente della Fondazione Bcfn.

Secondo Barilla "le previsioni future, evidenziate anche dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, sono molto sfidanti e la strada da fare è ancora lunga. Molte persone pensano che il nostro impatto ambientale dipenda in primis da fattori come le macchine che guidiamo o da come riscaldiamo le nostre case. In realtà, la cosa più importante, il modo in cui ciascuno di noi ha l’impatto più forte sull’ambiente, è quello che mangiamo".

In questo senso, conclude Barilla, "l’adozione di una dieta sostenibile può diventare un vero e proprio volano di cambiamento per salvaguardare la nostra salute e il pianeta in cui viviamo". .

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